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CNR-IRPPS/STRANIERI: “LA CRESCITA E' ANALOGA A QUELLA REGISTRATA IN GERMANIA NEGLI ANNI CINQUANTA E SESSANTA”. DAI 365 MILA DEL 1991 (0,6%) SONO PASSATI AI 3,9 MILIONI (6,5%) DI OGGI. LE RAGIONI DI UNA CRESCITA COSI' ELEVATA IN UN RAPPORTO DEL CNR

   “L’immigrazione in Italia dagli anni ’90 è più che decuplicata, nonostante la normativa tesa a regolamentarla e il basso livello di sviluppo, che dovrebbe renderci meno attraenti come destinazione. Come mai? Quali ragioni hanno determinato l’arrivo di così tanti immigrati stranieri sul nostro territorio?” A queste domande prova a rispondere l’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali (Irpps) del Cnr con un rapporto elaborato nell’ambito del Progetto Europeo “Mediterranean and Eastern European countries as new immigration destination in the European Union” (IDEA). Il rapporto verrà presentato oggi a Roma presso la sede stessa del Cnr.
   “Nel 1991 si contavano sul suolo italiano 356mila residenti stranieri, pari allo 0,6% della popolazione totale”, spiega Corrado Bonifazi, responsabile del rapporto, in un comunicato stampa del Centro Nazionale delle Ricerche: “oggi, nel 2009, gli stranieri sono stimati in circa 3,9 milioni, pari al 6,5% della popolazione. La crescita è analoga a quella registrata in Germania negli anni cinquanta e sessanta, gli anni, per intenderci, in cui sei milioni di nostri connazionali emigrarono all’estero”. Tuttavia, sottolinea Bonifazi, “tra la Germania del dopoguerra e l’Italia del 2000 ci sono delle profonde diversità”.Innanzitutto, il tasso medio annuo di crescita: era del 5,1 in Germania e solo dell’1% annuo in Italia tra il 1993 e il 2005. Assai differente anche il contesto politico: quello tedesco incoraggiava con accordi bilaterali l’arrivo di lavoratori stranieri; “i governi italiani, invece, da quando ha avuto inizio il flusso migratorio verso il nostro paese, hanno sempre cercato di limitare il numero degli immigrati”.
   “L’immigrazione straniera in Italia”,aggiunge Bonifazi, ha in questi anni acquistato caratteri sempre più precisi”: si sono affermate principalmente tre nazionalità, la rumena, l’albanese e la marocchina, che rappresentano il 41% del totale; si “concentra nelle aree più dinamiche, e infatti il Centro-Nord l’accoglie per l’88%. Inoltre, “al nord gli immigrati rappresentano ormai il 10% della forza lavoro e degli occupati”. Rilevante è anche il contributo che la popolazione straniera dà alla stagnante demografia del paese. Più del 15% dei nati nel 2008 ha entrambi i genitori o la madre straniera e in molte regioni dell’Italia centro-settentrionale questa percentuale supera il 20%. Senza contare che è straniero l’8,4% dei minori e l’11% della popolazione tra i 18 e 39 anni di età”.
   Sono molteplici, conclude Bonifazi, le ragioni che hanno determinato una crescita così elevata degli immigrati “in un un contesto, come quello italiano, caratterizzato da un quadro politico teso a regolamentare gli ingressi e da un andamento economico non particolarmente brillante: …L’alto livello di reddito e i bassi tassi di disoccupazione che caratterizzano molte aree del paese; la consistente economia sommersa (stimata tra il 15 e il 20% del PIL); la persistente bassa fecondità che si è avuta nella popolazione autoctona tra il 1991 e il 2007; il basso livello di mobilità interna tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord; un sistema di welfare non in grado di rispondere ai bisogni di un paese che ha visto il numero di persone con più di 65 anni approssimarsi ai 12 milioni, di cui 2.3 milioni con qualche forma di disabilità”.
Per saperne di più:

http://www.stampa.cnr.it/documenti/comunicati/italiano/2009/maggio/46_MAG_2009.HTM

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