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 TESI 9

LA PARTECIPAZIONE QUALE  ASSE STRATEGICO PER RIPROGETTARE IL PAESE E I VALORI DELLA CONFEDERALITA’, DELL’AUTONOMIA, DELL’UNITA’

 

 TESI 9 alternativa


1^ Firmatario Rinaldini Gianni

La partecipazione quale asse strategico per riprogettare il paese e i valori della confederalità, dell’autonomia, dell’unità.

 

TESI 9 ALTERNATIVA

Primo fimatario Gian Paolo Patta

PROPOSTA PER NUOVE REGOLE DI DEMOCRAZIA E RAPPRESENTANZA

PER RILANCIARE I VALORI DELLA CONFEDERALITA’, L’AUTONOMIA E L’UNITA’

 

1.  La società italiana ha bisogno di più

 partecipazione. Occorre, perciò, invertire il trend di questi ultimi anni contrassegnato da una progressiva e costante riduzione degli spazi di partecipazione, conseguenza, anche, dell’avanzare di quell’idea di democrazia plebiscitaria che ha connotato la politica del centro-destra. Una prova decisiva di questa tendenza è rappresentata dall’allontanamento, sempre più marcato, dalla vita politica e sociale di soggetti che ne erano stati protagonisti, come le donne. Ma il problema c’è stato e c’è anche per il mondo del lavoro. Allargare, quindi, gli spazi di partecipazione per rendere più forte la democrazia.

1.  La società italiana ha bisogno di più partecipazione. Occorre, perciò, invertire il trend di questi ultimi anni contrassegnato da una progressiva e costante riduzione degli spazi di partecipazione, conseguenza, anche, dell’avanzare di quell’idea di democrazia plebiscitaria che ha connotato la politica del centro-destra. Una prova decisiva di questa tendenza è rappresentata dall’allontanamento, sempre più marcato, dalla vita politica e sociale di soggetti che ne erano stati protagonisti, come le donne. Il problema è di assoluta evidenza per il mondo del lavoro. La scelta perseguita nel corso di questi anni della precarizzazione e individualizzazione dei rapporti di lavoro, la scomposizione del ciclo lavorativo e l’offensiva nei riguardi della contrattazione collettiva, sono parte integrante e determinante di questo processo. Estendere, quindi, gli spazi di partecipazione per rendere più forte la democrazia, vuole dire anche abrogare e sostituire l’attuale legislazione sul lavoro.

1. La società italiana ha bisogno di più partecipazione. Occorre, perciò, invertire il trend di questi ultimi anni, contrassegnato da una progressiva e costante riduzione degli spazi di partecipazione, conseguenza, anche, dell’avanzare di quell’idea di democrazia plebiscitaria che ha connotato la politica del centro-destra. Una prova decisiva di questa tendenza è rappresentata dall’allontanamento, sempre più marcato, dalla vita politica e sociale di soggetti che ne erano stati protagonisti, come le donne. Ma il problema c’è stato e c’è anche per il mondo del lavoro. Allargare, quindi, gli spazi di partecipazione per rendere più forte la democrazia.

1.1. Occorre riattualizzare tutti quei canali che hanno consentito anni addietro una grande e proficua stagione di partecipazione democratica, a livello istituzionale, politico e sociale. Bisogna intanto colmare il deficit di democrazia e rappresentanza determinato dall’assenza delle donne, ai vari livelli politici, sociali ed istituzionali del paese. E’ necessario invertire una tendenza, nient’affatto intrinseca alle riforme istituzionali ed elettorali decise per il sistema delle regioni e delle autonomie locali. L’elezione diretta dei Sindaci, dei Presidenti di regioni e province non determina, infatti, in sé una caduta di partecipazione. In tutti i casi occorre battersi contro ogni insorgere di problemi di questa natura – ridando in particolare ruolo e funzione alle Assemblee elettive - e sviluppare iniziative che consentano ad ogni cittadino ed a ogni cittadina di concorrere da protagonista ai processi decisionali. Allo stesso modo occorre riaprire canali di partecipazione effettiva dell’utenza nei grandi sistemi pubblici – sanità, scuola e politiche sociali, innanzitutto – attraverso le loro associazioni di rappresentanza. Così come il terzo settore per il quale si conferma la necessità, prevista anche nella recente intesa Cgil-Cisl-Uil e Forum del terzo settore, di garantire ai lavoratori che vi operano diritti e piena applicazione dei contratti di lavoro - innanzitutto nella sua componente di volontariato, deve effettivamente rappresentare esso stesso uno strumento della partecipazione democratica, in particolare alla progettazione della politica sociale. Ma non vi può essere partecipazione diffusa se non si realizzano condizioni che ne favoriscano lo sviluppo anche nei partiti. C’è bisogno che i nuovi partiti, nati nell’ultimo quindicennio e che hanno cambiato radicalmente la fisionomia delle vecchie forme di rappresentanza, siano luoghi di rappresentanza dei cittadini e delle cittadine e di promozione di idee, culture e valori, a partire dalla riaffermazione di una nuova centralità del lavoro.

1.1.  Occorre riattualizzare tutti quei canali che hanno consentito anni addietro una grande e proficua stagione di partecipazione democratica, a livello istituzionale, politico e sociale. Bisogna intanto colmare il deficit di democrazia e rappresentanza determinato dall’assenza delle donne, ai vari livelli politici, sociali e istituzionali del paese. È necessario invertire una tendenza. L’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Regioni e Province non determina in sé una caduta di partecipazione. In tutti i casi occorre battersi contro ogni insorgere di problemi di questa natura – ridando in particolare ruolo e funzione alle Assemblee elettive – e sviluppare iniziative che consentano a ogni cittadino e a ogni cittadina di concorrere da protagonista ai processi decisionali. Allo stesso modo occorre riaprire canali di partecipazione effettiva dell’utenza nei grandi sistemi pubblici – sanità, scuola e politiche sociali, innanzitutto – attraverso le loro associazioni di rappresentanza. Così come il terzo settore – per il quale si conferma la necessità, prevista anche nella recente intesa Cgil-Cisl-Uil e Forum del terzo settore, di garantire ai lavoratori che vi operano diritti e piena applicazione dei contratti di lavoro – innanzitutto nella sua componente di volontariato, deve effettivamente rappresentare esso stesso uno strumento della partecipazione democratica, in particolare alla progettazione della politica sociale. Ma non vi può essere partecipazione diffusa se non si realizzano condizioni che ne favoriscano lo sviluppo anche nei partiti. C’è bisogno che i nuovi partiti, nati negli ultimi quindici anni e che hanno cambiato radicalmente la fisionomia delle vecchie forme di rappresentanza, siano luoghi di rappresentanza dei cittadini e delle cittadine e di promozione di idee, culture e valori, a partire dalla riaffermazione di una nuova centralità del lavoro.  Anche nel corso di questi anni si è accentuata la distanza tra la politica e le dinamiche che coinvolgono il lavoro, contribuendo a determinare la percezione di isolamento delle lavoratrici, dei lavoratori e degli strati sociali più deboli.

1.1 Occorre riattualizzare tutti i canali che hanno consentito, anni addietro, una grande e proficua stagione di partecipazione democratica, a livello istituzionale, politico e sociale. Bisogna intanto colmare il deficit di democrazia e di rappresentanza determinato dall’assenza delle donne, ai vari livelli politici, sociali e istituzionali del paese. E’ necessario invertire una tendenza, nient’affatto intrinseca alle riforme istituzionali ed elettorali decise per il sistema delle Regioni e delle autonomie locali. L’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Regioni e Province non determina, infatti, in sé una caduta di partecipazione. In tutti i casi occorre battersi contro ogni insorgere di problemi di questa natura – ridando in particolare ruolo e funzione alle assemblee elettive – e sviluppare iniziative che consentano a ogni cittadino e a ogni cittadina di concorrere da protagonista ai processi decisionali. Allo stesso modo occorre riaprire canali di partecipazione effettiva dell’utenza nei grandi sistemi pubblici – sanità, scuola e politiche sociali, innanzitutto – attraverso le loro associazioni di rappresentanza. Così come il terzo settore per il quale si conferma la necessità, prevista anche nella recente intesa Cgil Cisl Uil e Forum del terzo settore, di garantire ai lavoratori che vi operano diritti e piena applicazione dei contratti di lavoro –, innanzitutto nella sua componente di volontariato, deve effettivamente rappresentare esso stesso uno strumento della partecipazione democratica, in particolare alla progettazione della politica sociale. Ma non vi può essere partecipazione diffusa se non si realizzano condizioni che ne favoriscano lo sviluppo anche nei partiti. C’è bisogno che i nuovi partiti, nati negli ultimi quindici anni e che hanno cambiato radicalmente la fisionomia delle vecchie forme di rappresentanza, siano luoghi di rappresentanza dei cittadini e delle cittadine e di promozione di idee, culture e valori, a partire dalla riaffermazione di una nuova centralità del lavoro. 

 1.2. Più partecipazione deve significare anche più contrattazione e quindi più sindacato. C’è bisogno di consolidarla, estenderla e qualificarla. C’e bisogno, in sostanza, anche in questo caso di invertire una tendenza di questi ultimi anni, in particolare relativamente agli orientamenti del governo centrale e di quelli regionali e del sistema delle autonomie che lo hanno imitato. Occorre, perciò, più contrattazione territoriale e sociale in grado non solo di meglio tutelare e difendere le condizioni di vita e di reddito delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, ma anche di incidere sugli assetti economici, sociali, ambientali e di potere di un territorio. E’ in questo modo che si completa il già citato quadro di partecipazione e di protagonismo nell’assetto dei  grandi sistemi pubblici. Allo stesso modo c’è bisogno anche di relazioni sindacali strutturate entro le quali ricondurre anche la legge 146/90 e i suoi interventi correttivi allo stretto ambito dei servizi essenziali e superando la logica dell’iter regolamentazione - ed improntate ad una effettiva volontà di considerare il sindacato un elemento essenziale ed imprescindibile della dialettica impresa-lavoro.

1.2.  Più partecipazione deve significare anche più contrattazione e quindi più sindacato. C’è bisogno di consolidarla, estenderla e qualificarla. C’è bisogno, in sostanza, anche in questo caso, di invertire una tendenza di questi ultimi anni, in particolare relativamente agli orientamenti del governo centrale e di quelli regionali e del sistema delle autonomie che lo hanno imitato. Occorre, perciò, più contrattazione territoriale e sociale in grado non solo di meglio tutelare e difendere le condizioni di vita e di reddito delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, ma anche di incidere sugli assetti economici, sociali, ambientali e di potere di un territorio. È in questo modo che si completa il già citato quadro di partecipazione e di protagonismo nell’assetto dei grandi sistemi pubblici. Allo stesso modo c’è bisogno anche di relazioni sindacali strutturate – entro le quali ricondurre anche la Legge 146/90 e i suoi interventi correttivi allo stretto ambito dei servizi essenziali, superando la logica dell’iter di regolamentazione – e improntate a una effettiva volontà di considerare il sindacato un elemento essenziale e imprescindibile della dialettica impresa-lavoro.     

1.2 Più partecipazione deve significare anche più contrattazione e quindi più sindacato. C’è bisogno di consolidare, estendere e qualificare la contrattazione. C’e bisogno, in sostanza, anche in questo caso, d’invertire una tendenza di questi ultimi anni, in particolare relativamente agli orientamenti del governo centrale e di quelli regionali e del sistema delle autonomie che lo hanno imitato. Occorre, perciò, più contrattazione territoriale e sociale in grado non solo di meglio tutelare e difendere le condizioni di vita e di reddito delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, ma anche di incidere sugli assetti economici, sociali, ambientali e di potere di un territorio. E’ in questo modo che si completa il già citato quadro di partecipazione e di protagonismo nell’assetto dei grandi sistemi pubblici. Allo stesso modo c’è bisogno anche di relazioni sindacali strutturate entro le quali ricondurre anche la legge 146/90 e i suoi interventi correttivi allo stretto ambito dei servizi essenziali e superando la logica dell’iter regolamentazionee improntate a una effettiva volontà di considerare il sindacato un elemento essenziale e imprescindibile della dialettica impresa-lavoro.

1.3. Nei luoghi di lavoro la democrazia e la partecipazione rappresentano l’asse strategico per definire nuovi assetti di potere. Se l’imperativo oggi è la valorizzazione del lavoro; se rimane di prima grandezza l’obiettivo di accrescere il potere dei lavoratori nei luoghi della produzione e negli uffici; se libertà e uguaglianza passano anche dalla conquista del diritto alla formazione permanente e alla piena accessibilità dei lavoratori nei processi formativi acquisitivi di nuovi saperi; se la disarticolazione del mercato del lavoro ci consegna una battaglia per nuovi diritti e tutele, è vitale, innanzitutto, affermare il valore della democrazia e allargarne progressivamente gli spazi. Allo stesso modo occorre operare su tre fronti assolutamente distinti: estendere la contrattazione ben oltre i confini finora definiti; completare l’elezione dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e di quelli territoriali e generalizzare le Rappresentanze sindacali unitarie e renderne più forte e qualificato l’esercizio del potere contrattuale e la rappresentanza, anche attraverso l’acquisizione delle necessarie competenze sociali per intercettare la condizione di disagio sempre più diffusa fra i lavoratori; conquistare nuove forme di partecipazione che definiscano una effettiva democrazia industriale, in grado di affermare diritti certi ed esigibili, innanzitutto, di informazione sulle strategie di impresa.

1.3.  Nei luoghi di lavoro la democrazia e la partecipazione rappresentano l’asse strategico per definire nuovi assetti di potere. Se l’imperativo oggi è la valorizzazione del lavoro, se rimane di prima grandezza l’obiettivo di accrescere il potere dei lavoratori nei luoghi della produzione e negli uffici, se libertà e uguaglianza passano anche dalla conquista del diritto alla formazione permanente e alla piena accessibilità dei lavoratori ai processi formativi acquisitivi di nuovi saperi, se la disarticolazione del mercato del lavoro ci consegna una battaglia per nuovi diritti e tutele, è vitale, innanzitutto, affermare il valore della democrazia e allargarne progressivamente gli spazi. Sullo stesso terreno della democrazia sindacale e cioè del rapporto tra le organizzazioni sindacali i lavoratori e le lavoratrici l’esperienza di questi anni ci consegna il problema irrisolto. Le forme e le modalità di approvazione delle piattaforme e degli accordi a livello confederale e di categoria sono state diverse, consegnandoci la fotografia di molteplici procedure democratiche a disposizione dei gruppi dirigenti e dei mutevoli rapporti tra le organizzazioni sindacali. Ciò è avvenuto anche a fronte dei momenti più alti di espressione della democrazia sindacale come è stato il referendum sulla riforma delle pensioni promosso da Cgil, Cisl, Uil nel 1995. Il problema non è più eludibile. La Cgil ritiene necessario esprimere  una propria posizione su aspetti fondamentali quali il rapporto tra validità erga omnes dei contratti e sindacato come libera associazione, tra legislazione e democrazia sindacale come peraltro hanno fatto le altre organizzazione sindacali. Per la Cgil la validazione delle piattaforme e degli accordi attraverso il voto referendario di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori rappresenta una scelta strategica. Per questo la Cgil sostiene la necessità di una legislazione che affermi l’elezione dei rappresentanti sindacali aziendali su base proporzionale e la validazione di piattaforme e accordi come un diritto democratico delle lavoratrici e dei lavoratori. Per la Cgil questo costituisce a tutti i livelli un vincolo della propria pratica contrattuale. Le regole legislative oggi vigenti nel pubblico impiego costituiscono da questo punto di vista un importante riferimento, che va completato con lo strumento del referendum.

1.3 Nei luoghi di lavoro la democrazia e la partecipazione rappresentano l’asse strategico per definire nuovi assetti di potere. Se l’imperativo oggi è la valorizzazione del lavoro; se rimane di prima grandezza l’obiettivo di accrescere il potere dei lavoratori nei luoghi della produzione e negli uffici; se libertà e uguaglianza passano anche dalla conquista del diritto alla formazione permanente e alla piena accessibilità da parte dei lavoratori ai processi formativi acquisitivi di nuovi saperi; se la disarticolazione del mercato del lavoro ci consegna una battaglia per nuovi diritti e tutele, è vitale, innanzitutto, affermare il valore della democrazia e allargarne progressivamente gli spazi. Allo stesso modo occorre operare su tre fronti assolutamente distinti: estendere la contrattazione ben oltre i confini finora definiti; completare l’elezione dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e di quelli territoriali, e generalizzare le Rappresentanze sindacali unitarie e renderne più forte e qualificato l’esercizio del potere contrattuale e la rappresentanza, anche attraverso l’acquisizione delle necessarie competenze sociali per intercettare la condizione di disagio sempre più diffusa fra i lavoratori; conquistare nuove forme di partecipazione che definiscano un’effettiva democrazia industriale, in grado di affermare diritti certi ed esigibili, innanzitutto, d’informazione sulle strategie di impresa.

1.4.Nel sindacato occorre definire per via endosindacale le forme della partecipazione democratica degli iscritti e dell’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati alle scelte che compie. Questo accordo endosindacale è urgente poiché non è più rinviabile la definizione di un quadro di regole certe ed esigibili che consentano la periodicità triennale del voto per l’elezione delle Rsu e ai lavoratori di decidere sulla validazione certificata delle piattaforme e degli accordi – anche attraverso lo strumento referendario - definendo così una condizione di base uniforme per l’insieme delle categorie e per le Confederazioni. La Cgil conferma quindi il suo impegno a ricercare – nella commissione costituita proprio a questo scopo – l’accordo unitario e a che intervenga - proprio per le ragioni che attengono al rapporto tra democrazia sindacale e democrazia del paese e per l’esistenza di un pluralismo sindacale che travalica i confini di Cgil, Cisl e Uil - una specifica legislazione che può essere di recepimento dell’accordo stesso. E’ altresì necessario riflettere sulle forme di validazione democratica delle piattaforme rivendicative e delle intese in tema di contrattazione sociale sul territorio.

1.4. In questo contesto è necessario definire con le altre organizzazioni sindacali forme e modalità di un percorso democratico unitario. Ciò avrebbe un valore unitario evidente e rappresenterebbe un riferimento assolutamente significativo per l’iniziativa legislativa.

Un percorso democratico che definisca un quadro di regole certe ed esigibili che consentano la periodicità triennale delle elezioni delle Rsu su base proporzionale e la certificazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali.

Un percorso democratico su piattaforme e accordi che valorizzi il ruolo delle Rsu o di un’assemblea nazionale dei delegati eletti su base proporzionale contemporaneamente al voto sulla piattaforma, assegnando loro la responsabilità di seguire la trattativa nelle sue diverse fasi e di esprimere la valutazione sull’ipotesi conclusiva. Tale percorso deve esser comprensivo della validazione finale da parte di tutti i lavoratori e lavoratrici con il voto referendario.

 

1.4 Diritti nel lavoro e democrazia sindacale sono sempre stati elemento determinante della qualità della democrazia del nostro paese. Con la conquista dello Statuto dei lavoratori e con la successiva battaglia per la sua applicazione, diritti e democrazia riuscirono a varcare i cancelli dei luoghi di lavoro. L'affermarsi dei diritti sindacali nei luoghi di lavoro contribuì a dare vita a un’importante stagione di democrazia, partecipazione e diritti sociali nel paese.

Anche oggi si pone l'esigenza, non più rinviabile, di dare certezza alle lavoratrici e ai lavoratori, di poter contare e decidere sulle proprie condizioni.

Un eventuale accordo tra sindacati non può essere sostitutivo di una normativa legislativa, che ha la caratteristica di essere comunque esigibile dai lavoratori e dalle lavoratrici, anche nel caso di dispareri tra le organizzazioni sindacali. Per queste ragioni la Cgil riconferma la necessità di una legge su rappresentanza, rappresentatività e democrazia sindacale e perseguirà in ogni caso tale obiettivo. E’ altresì necessario per i lavoratori e le lavoratrici dei servizi a rilevanza pubblica garantire l’effettivo diritto all’esercizio dello sciopero, riconducendo la legge 146/90 e i suoi decreti attuativi unilaterali che lo hanno limitato pesantemente, nell’ambito dei veri servizi essenziali.

La Cgil intende ricercare con Cisl e Uil un accordo sui contenuti della legge, come già avvenuto per il pubblico impiego, che rappresenterebbe la condizione migliore per il suo ottenimento.

Tale accordo ha lo scopo di realizzare un sostanziale avanzamento nella costruzione di un processo unitario, democratico e partecipativo, per l'affermazione della parità dei diritti e delle garanzie democratiche per i lavoratori e le loro associazioni e per la verifica della rappresentatività e della piena titolarità alla rappresentanza.

La Cgil avanza pertanto le seguenti proposte, da realizzare in parte per via legislativa e in parte per accordo tra organizzazioni sindacali.

1. Generalizzazione dell'elezione delle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie) in tutti i luoghi di lavoro e contestuale certificazione degli eletti, superando il concetto delle quote riservate ai delegati nominati dalle organizzazioni sindacali. Rsu elette con voto libero, segreto e con sistema proporzionale, garantendo un’adeguata presenza di genere, dotate di poteri certi di contrattazione in ambito aziendale e territoriale.

2. Deve essere assunta la prassi di eleggere delegazioni trattanti certificate composte da Rsu titolate a condurre con le organizzazioni sindacali la contrattazione e alle quali viene riconosciuto il diritto di voto sui risultati conseguiti prima che essi siano sottoposti all'insieme delle lavoratrici e lavoratori, nonché il diritto alla circolazione di eventuali posizioni differenti.

3. L’insieme dei delegati e delle delegate eletti/e nelle Rsu e regolarmente certificati esprimono con voto la propria valutazione di merito, rispetto a piattaforme e ipotesi di accordo. Tale valutazione, unitamente a quella delle organizzazioni sindacali, viene consegnata alle assemblee dei lavoratori.

4. Le piattaforme e le ipotesi d’accordo devono essere presentate in tutti i luoghi di lavoro, discusse e votate in modo certificato dai lavoratori e dalle lavoratrici in assemblea per la loro convalida. L'esito del voto è vincolante per le organizzazioni sindacali.

5. Le organizzazioni sindacali sono tenute a indire la consultazione referendaria a scrutinio segreto fra tutti lavoratori e lavoratrici qualora essa sia richiesta da una percentuale minima di lavoratrici e lavoratori (che potrà variare da settore a settore) oppure da una percentuale minima di delegati e delegate eletti e regolarmente certificati. La consultazione referendaria sarà indetta anche qualora ne facesse richiesta una delle organizzazioni sindacali rappresentative.

E’ altresì necessario realizzare una validazione democratica delle piattaforme rivendicative e degli accordi raggiunti nella contrattazione sociale territoriale.

La Cgil, in ogni caso, fino alla conquista della legge, considererà vincolanti e applicherà questi principi nell'ambito dei propri iscritti, rendendo cogente quanto già previsto dal proprio Statuto.

Democrazia e rappresentanza sindacale debbono essere diritti di tutti i lavoratori e lavoratrici del paese: per questo è necessario estenderli anche nelle imprese sotto i 16 dipendenti, alle quali va esteso l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

2. Più partecipazione e più politica per il sindacato significa necessariamente anche più confederalità. La profondità della crisi e le grandi trasformazioni degli assetti produttivi nel mercato del lavoro, in generale nell’economia e nella società, rimandano, infatti, a un nuovo grande problema di riunificazione del mondo del lavoro. Si riproducono, cioè, condizioni che la Cgil ha già affrontato nel passato, ponendosi, anche allora, esattamente lo stesso obiettivo – l’unificazione del mondo del lavoro - che ci prefiggiamo oggi. Rappresentare e difendere gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, nelle condizioni attuali, significa perciò innanzitutto darsi strategie, obiettivi e pratiche rivendicative che ricompongano un quadro di unità di ciò che il neo-liberismo intende frantumare. E ciò è possibile solo rendendo ancor più forte l’idea di confederalità che rappresenta la caratteristica principale della storia e della cultura del sindacalismo italiano.

2. Più partecipazione e più politica per il sindacato significa necessariamente anche più confederalità. La profondità della crisi e le grandi trasformazioni degli assetti produttivi nel mercato del lavoro, in generale nell’economia e nella società, rimandano, infatti, a un nuovo grande problema di riunificazione del mondo del lavoro. Si riproducono, cioè, condizioni che la Cgil ha già affrontato nel passato, ponendosi, anche allora, esattamente lo stesso obiettivo – l’unificazione del mondo del lavoro – che ci prefiggiamo oggi. Rappresentare e difendere gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, nelle condizioni attuali, significa perciò innanzitutto darsi strategie, obiettivi e pratiche rivendicative che ricompongano in un quadro di unità ciò che il neoliberismo intende frantumare. E ciò è possibile solo rendendo ancor più forte l’idea di confederalità che rappresenta la caratteristica principale della storia e della cultura del sindacalismo italiano.

2. Più partecipazione e più politica per il sindacato significano necessariamente anche più confederalità. La profondità della crisi e le grandi trasformazioni degli assetti produttivi nel mercato del lavoro, in generale nell’economia e nella società, rimandano, infatti, a un nuovo grande problema di riunificazione del mondo del lavoro. Si riproducono, cioè, condizioni che la Cgil ha già affrontato nel passato, ponendosi, anche allora, esattamente lo stesso obiettivo – l’unificazione del mondo del lavoro – che ci prefiggiamo oggi. Rappresentare e difendere gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, nelle condizioni attuali, significa perciò innanzitutto darsi strategie, obiettivi e pratiche rivendicative che ricompongano un quadro di unità di ciò che il neo-liberismo intende frantumare. E ciò è possibile solo rendendo ancor più forte l’idea di confederalità che rappresenta la caratteristica principale della storia e della cultura del sindacalismo italiano.

2.1 Un’idea alta di confederalità si invera dentro una progettualità che ne definisca con precisione l’identità e la proposta politica. La scelta di caratterizzarci come sindacato di programma definito al XII Congresso mantiene inalterata la sua attualità; anzi, dalla crisi del paese ne trae ancor più forza. E, allo stesso modo, la centralità dei diritti decisa dall’ultimo Congresso, rappresenta l’orizzonte valoriale entro il quale praticare oggi politiche per l’unificazione del mondo del lavoro.

2.1. Un’idea alta di confederalità si invera dentro una progettualità che ne definisca con precisione l’identità e la proposta politica. La scelta di caratterizzarci come sindacato di programma come definita nel XII Congresso mantiene inalterata la sua attualità; anzi, dalla crisi del paese essa trae ancor più forza. E, allo stesso modo, il significato strategico della centralità dei diritti decisa dall’ultimo Congresso, rappresenta l’orizzonte valoriale entro il quale praticare oggi politiche per l’unificazione del mondo del lavoro.

2.1 Un’idea alta di confederalità s’invera dentro una progettualità che ne definisca con precisione l’identità e la proposta politica. La scelta di caratterizzarci come sindacato di programma, definita al XII Congresso, mantiene inalterata la sua attualità; anzi, dalla crisi del paese trae ancor più forza. E, allo stesso modo, la centralità dei diritti decisa dall’ultimo Congresso, rappresenta l’orizzonte valoriale entro il quale praticare oggi politiche per l’unificazione del mondo del lavoro.

2.2 Tale progettualità rappresenta, altresì, condizione per l’autonomia del sindacato. Le ragioni dell’autonomia affondano certamente nella storia della Cgil e non solo; così come la sua difesa, nelle varie fasi storiche, ha poggiato su diverse motivazioni; è stata garantita dall’impegno personale delle compagne e dei compagni che ne hanno portato la responsabilità,  ma oggi, accanto a tutto ciò, prevale certamente l’aspetto della progettualità intesa come idea generale di società e proposta politica concreta per realizzarla. In questo senso va assunta come vincolo essenziale. E questo, soprattutto, in presenza dell’evolversi del sistema politico italiano. Il formarsi di schieramenti politico-programmatici fra loro alternativi, rende, infatti, ancor più indispensabile la definizione di un progetto sindacale col quale interloquire - pena l’essere esposti, in particolare agli occhi di chi rappresentiamo, a rischi oggettivi di subalternità – per verificarne la vicinanza o la distanza dai programmi degli schieramenti. Nessuna indifferenza, di conseguenza, ma autonomia piena. Naturalmente la definizione di un tale progetto non riguarda solo la Cgil. Anzi, in questo senso, la ricerca unitaria di convergenze su obiettivi programmatici rappresenta un punto essenziale per difendere con più efficacia l’identità del sindacalismo italiano di soggetto sociale, di natura confederale, pienamente autonomo.

 

 

2.2. Tale progettualità rappresenta, altresì, condizione per l’autonomia del sindacato. Le ragioni dell’autonomia affondano le proprie radici nella storia della Cgil e non solo; così come la sua difesa, nelle varie fasi storiche, ha poggiato su diverse motivazioni; è stata garantita dall’impegno personale delle compagne e dei compagni che ne hanno portato la responsabilità,  ma oggi, accanto a tutto ciò, prevale certamente l’aspetto della progettualità intesa come idea generale di società e proposta politica concreta per realizzarla. In questo senso va assunta come vincolo essenziale. E questo, soprattutto, in presenza dell’evolversi del sistema politico italiano. Il formarsi di schieramenti politico-programmatici fra loro alternativi rende, infatti, ancor più indispensabile la definizione di un progetto sindacale col quale interloquire – pena l’essere esposti, in particolare agli occhi di chi rappresentiamo, a rischi oggettivi di subalternità – per verificarne la vicinanza o la distanza dai programmi dei diversi schieramenti politici. Nessuna indifferenza, di conseguenza, ma autonomia piena. Progettualità e democrazia sono alla base della scelta dell’autonomia come indipendenza politica e culturale. Questo comporta in primo luogo il riconoscimento di un punto di vista del lavoro diverso da quello dell’impresa e del mercato.  Parimenti nel rapporto con il potere politico il sindacato può avere governi avversari, ove l’esecutivo – come ha fatto il governo di centro-destra – vari una legislazione che riduca i diritti del lavoro e pratichi la rottura dell’unità sindacale, ma non può avere governi amici a cui delegare le proprie funzioni.

Naturalmente la definizione di un tale progetto non riguarda solo la Cgil. Anzi, in questo senso, la ricerca unitaria di convergenze su obiettivi programmatici rappresenta un punto essenziale per difendere con più efficacia l’identità del sindacalismo italiano di soggetto sociale, di natura confederale, pienamente autonomo.

 

2.2 Tale progettualità rappresenta, altresì, condizione per l’autonomia del sindacato. Le ragioni dell’autonomia affondano certamente nella storia della Cgil e non solo; così come la sua difesa, nelle varie fasi storiche, ha poggiato su diverse motivazioni; è stata garantita dall’impegno personale delle compagne e dei compagni che ne hanno portato la responsabilità, ma oggi, accanto a tutto ciò, prevale certamente l’aspetto della progettualità intesa come idea generale di società e proposta politica concreta per realizzarla. In questo senso va assunta come vincolo essenziale. E questo, soprattutto, in presenza dell’evolversi del sistema politico italiano. Il formarsi di schieramenti politico-programmatici fra loro alternativi rende, infatti, ancor più indispensabile la definizione di un progetto sindacale con il quale interloquire – pena l’essere esposti, in particolare agli occhi di chi rappresentiamo, a rischi oggettivi di subalternità – per verificarne la vicinanza o la distanza dai programmi degli schieramenti. Nessuna indifferenza, di conseguenza, ma autonomia piena. Naturalmente la definizione di un tale progetto non riguarda solo la Cgil. Anzi, in questo senso, la ricerca unitaria di convergenze su obiettivi programmatici rappresenta un punto essenziale per difendere con più efficacia l’identità del sindacalismo italiano di soggetto sociale, di natura confederale, pienamente autonomo

 2.3. La stessa unità sindacale non può prescindere dalla costruzione di un progetto comune. Lo stesso insopprimibile pluralismo esistente fra le Confederazioni – e che poggia su ragioni eminentemente sindacali, relative, tra l’altro, a come storicamente ciascuna ha inteso l’esercizio della funzione sindacale – se non si misura con questa ricerca comune, anziché rappresentare – come effettivamente rappresenta - una ricchezza, rischia di costituire un ostacolo insormontabile. Per questo avanziamo a Cisl e Uil la proposta di lavorare assieme alla definizione di una Carta programmatica dei valori del sindacato confederale. Valori che, nel caso dell’assoluto rispetto del pluralismo e della gelosa difesa dell’autonomia, sono comuni da tempo, anche se declinati in modo diverso all’interno di ogni Organizzazione. La Carta programmatica pare a noi un modo serio – che non rimuove problemi, difficoltà, rotture di questi anni, per la cui soluzione o ricomposizione non vi è alternativa se non nella ricerca convinta di una necessaria, limpida e democratica pratica di mediazione - per non rassegnarsi a un’idea di divisione.

2.3. La stessa unità sindacale non può prescindere dalla costruzione di un progetto comune. Lo stesso insopprimibile pluralismo esistente fra le Confederazioni – e che poggia su ragioni eminentemente sindacali, relative, tra l’altro, a come storicamente ciascuna ha inteso l’esercizio della funzione sindacale – se non si misura con questa ricerca comune, anziché rappresentare – come effettivamente è – una ricchezza, rischia di costituire un ostacolo insormontabile. Per questo avanziamo a Cisl e Uil la proposta di lavorare assieme alla definizione di una Carta programmatica dei valori del sindacato confederale. Valori che, nel caso dell’assoluto rispetto del pluralismo e della gelosa difesa dell’autonomia, sono comuni da tempo, anche se declinati in modo diverso all’interno di ogni organizzazione. La Carta programmatica pare a noi un modo serio – che non rimuove problemi, difficoltà, rotture di questi anni, per la cui soluzione o ricomposizione non vi è alternativa se non nella ricerca convinta di una necessaria, limpida e democratica pratica di mediazione – per non rassegnarsi a un’idea di divisione.

2.3 La stessa unità sindacale non può prescindere dalla costruzione di un progetto comune. Lo stesso insopprimibile pluralismo esistente fra le Confederazioni – e che poggia su ragioni eminentemente sindacali, relative, tra l’altro, a come storicamente ciascuna ha inteso l’esercizio della funzione sindacale – se non si misura con questa ricerca comune, anziché rappresentare – come effettivamente rappresenta – una ricchezza, rischia di costituire un ostacolo insormontabile. Per questo avanziamo a Cisl e Uil la proposta di lavorare assieme alla definizione di una Carta programmatica dei valori del sindacato confederale. Valori che, nel caso dell’assoluto rispetto del pluralismo e della gelosa difesa dell’autonomia, sono comuni da tempo, anche se declinati in modo diverso all’interno di ogni organizzazione. La Carta programmatica pare a noi un modo serio – che non rimuove problemi, difficoltà, rotture di questi anni, per la cui soluzione o ricomposizione non vi è alternativa se non nella ricerca convinta di una necessaria, limpida e democratica pratica di mediazione – per non rassegnarsi a un’idea di divisione.