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ASSEMBLEA QUADRI E DELEGATI

CGIL EMILIA ROMAGNA

 

“Riprogettare il paese:

lavoro, saperi, diritti, libertà”

 

Venerdì 16 Settembre 2005

Ore 9.30

Teatro Arena del Sole

 

Relazione di

DANILO BARBI

Segretario Generale CGIL E.R.

  

Carissime compagne e carissimi compagni,

         è stato giusto e bello che l’11 settembre sia stato ricordato dalla marcia Perugia – Assisi.  In quei chilometri, culla storica della cultura della pace italiana, duecentomila persone hanno riproposto l’esigenza e la speranza di un mondo diverso, di un altro orizzonte.

         Il mondo di oggi è segnato dall’egemonia unilaterale degli Stati Uniti, dell’incapacità dell’Europa attuale di essere un’alternativa di sviluppo e pace, dai crescenti processi di insicurezza, miseria e ingiustizia, insostenibilità ambientale.

         Questo mondo attraversa la nostra vita, la nostra quotidianità. Tre sono state le immagini che negli ultimi mesi lo hanno fatto in modo terribile: l’attacco terroristico alla metropolitana di Londra, la strage sciita sul ponte di Bagdad, la distruzione di New Orleans.

         Londra ci dice che il terrorismo si rafforza nella povertà e nella guerra, ma che per noi è un  avversario irriducibile.

         Perché nei mezzi e nei fini questo terrorismo fondamentalista, è tutto interno alla logica della guerra di civiltà, ne è parte integrante.

         La strage di Bagdad dovrebbe impedire a chiunque di considerare la vicenda dell’Iraq, con il suo disastro umano, risolta. Alle forze politiche dell’Unione, oggi impegnata nell’esperienza importante e interessante delle primarie, che noi speriamo risulti una grande esperienza di partecipazione democratica di popolo, di investitura dal basso della rappresentanza politica, a queste forze noi chiediamo, nella definizione del programma a dicembre di fare una prima decisiva scelta: portare a casa, prima possibile, i militari italiani e riproporre il tema del governo, da parte dell’ONU, della transizione irachena.

         Nel disastro di New Orleans è emersa una massa di diseredati abbandonati a se stessi, spesso persone di colore, l’altra faccia del modello americano.

         Antonio Tabucchi ha scritto che la destra, nel mondo e in Italia, ha sembrato dare all’urgano Katrina la colpa di esistere. E Jeremy Ritkin ha indicato, giustamente, la responsabilità morale e politica di George Bush, rappresentante delle multinazionali del petrolio, che ha boicottato i protocolli di Kyoto per la sostenibilità ambientale e del clima. A questo proposito devo dire che ho pensato che qualche volta anche il “Signor B” la dice giusta, per esempio quando dice che quello che succede nel nostro paese è guardato con attenzione nel mondo.

         Effettivamente, l’autocandidatura di Bush a presiedere la commissione sulle responsabilità e i ritardi per la tragedia di New Orleans sembra proprio copiata dalla cultura e dalla pratica del governo italiano.

         O di questa maggioranza parlamentare che trova normale tentare di cambiare la legge elettorale pochi mesi prima delle elezioni politiche.

         Care compagne e cari compagni, dobbiamo proprio capire fino in fondo  che in questo mondo senza pace ed equilibrio, in questo mondo sempre più collegato e interdipendente, nessuno è in pace e in equilibrio.

         Va quindi riproposta più che mai l’esigenza, cruciale e urgente, di un’altra idea e di un altro modello di globalizzazione, quella che noi abbiamo provato a chiamare la GLOBALIZZAZIONE DEI DIRITTI. Se il cambiamento dell’orizzonte mondiale è necessario, è fin troppo facile dire che la stessa questione si propone per il nostro Paese. Come sta infatti l’Italia? Guardiamo, per un attimo, i soli dati congiunturali: calano i consumi ma crescono i prezzi, aumenta il debito pubblico (l’hanno alla fine dovuto ammettere) ma cala la ricchezza prodotta. Effettivamente il combinarsi di questi dati, che difficilmente stanno insieme nei processi economici, è da considerarsi un vero MIRACOLO, tutto ITALIANO. Ma questi dati congiunturali sono lo specchio della situazione strutturale del nostro paese in cui si sono sommati gli effetti della globalizzazione attuale con le conseguenza di quasi 5 anni di Governo di centro destra.

         Siamo di fronte ad una crisi strutturale della capacità di crescita dell’Italia, segnata dal dissesto e dal declino del sistema industriale, una crisi della capacità di innovazione e di esportazione;  siamo di fronte all’agonia dell’etica pubblica, ferita a morte dalle leggi ad personam e dal disprezzo delle regole; siamo di fronte ad una crisi delle istituzioni e del loro senso, dal tentativo di DEFORMAZIONE COSTITUZIONALE, all’incapacità di imporre la ricostituzione di un minimo di credibilità per la Banca d’Italia, per la quale le dimissioni di Fazio sarebbero considerate ovvie in qualunque altro paese d’Europa.

         Ma soprattutto siamo di fronte alla CRISI di quella che noi consideriamo una condizione decisiva per lo sviluppo: la COESIONE e la GIUSTIZIA SOCIALE.

         Difatti mentre si impoveriva la capacità competitiva di tutto il paese, non tutti si sono impoveriti.

         Mentre si riduceva il potere d’acquisto dei salari, sia medi che bassi, e delle pensioni è aumentata l’evasione fiscale e l’economia sommersa. Mentre si diffonde per moltissime persone l’insicurezza, con i lavoratori e le lavoratrici abbandonati di fronte al mercato e alla globalizzazione, con il dilagare della precarietà, con i pensionati che perdono sia reddito che servizi sociali, si sono rassicurati i grandi patrimoni con una modifica fiscale che li premia, e siamo di fronte ad un’enorme crescita della RENDITA finanziaria e immobiliare, che ha attratto gli investimenti di capitale, sottraendoli alla destinazione produttiva e innovativa. Questo aumento della rendita è, per noi, il principale problema del paese.

Mentre aumenta la vulnerabilità sociale, e la povertà anche lavorando, sono però aumentate anche le concentrazioni economiche, spesso utilizzando le privatizzazioni per comprare (magari con i soli debiti) attività di quasi monopolio.

         E’ veramente strana buona parte del capitalismo italiano che si immagina un mondo in cui il mercato domina il lavoro ma dal quale il capitale si tiene alla larga.

         Di fronte ai problemi strutturali e congiunturali del Paese, sta l’autunno dei lavoratori e dei pensionati.

         E l’esigenza di rilanciare la mobilitazione sociale. Sentiamo  parlare di primi lineamenti della legge finanziaria: continueranno i tagli mascherati (con la riduzione dei trasferimenti a comuni, province e regioni), temiamo tagli alla sanità pubblica, non ci saranno misure per sostenere salari e pensioni. E si rischia di trasferire maggior debito pubblico nei prossimi anni, magari per ridurre le tasse alle sole imprese. Con un governo a fine legislatura si rischia che la finanziaria sia segnata da interessi elettoralistici, e quando dice che le maggiori entrate dovrebbero essere assicurate dalla lotta all’evasione fiscale, questo Governo sfiora sia il senso del ridicolo che quello del tragico.

         Le confederazioni sindacali devono riproporre, in questo autunno, l’esigenza di una svolta complessiva nella politica di sviluppo di questo paese, senza illusioni sul fatto che questo quadro politico possa promuoverla, ma  contemporaneamente porsi l’obiettivo di alcuni risultati immediati quali interventi fiscali significativi per salari e pensioni, il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, la garanzia di copertura economica dei contratti pubblici sottoscritti nell’accordo quadro. E’ l’esigenza del disagio e della condizione sociale che ce lo richiede; oltre alla lucida intenzione di non lasciare questi temi magari all’ultima mediazione interna alla maggioranza parlamentare.

         Hanno fatto bene gli esecutivi unitari dei pensionati a indicare alle Confederazioni questa strada: rilanciare obiettivi strategici (come nel caso di una legge di iniziativa popolare sulla non – autosufficienza su cui raccogliere un milione di firme) e obiettivi immediati, per rispondere al grido di dolore che la nostra base sociale ci sta mandando, ulteriormente preoccupata dai già annunciati aumenti di tante tariffe e dalle conseguenze dell’ulteriore aumento, ormai “infinito”, del prezzo del petrolio, proponendo una mobilitazione sociale che arrivi allo sciopero generale. Sono convinto che CGIL – CISL – UIL dovranno impostare l’iniziativa d’autunno proprio così, e sono convinto che lo sciopero generale sarà necessario per farci ascoltare.

         Anche per sostenere questo percorso di iniziativa unitaria noi abbiamo avviato la commissione di confronto sul sistema contrattuale e stiamo avviando quella sulle regole della democrazia sindacale.

         Qui vorrei dire all’amico Pezzotta che gli ultimatum non vanno bene; ma non per rispetto fra di noi, per rispetto dei fatti. Che la questione del modello contrattuale non sia il problema centrale del paese lo dicono sia la gravità dei problemi generali sia un altro fatto.

         Circa un anno fa il governo e buona parte delle imprese puntava ad un blocco generale di contratti.

         Oggi possiamo dire che quel blocco noi lo stiamo forzando.

         Abbiamo fatto l’accordo – quadro nel lavoro pubblico e quello del trasporto ferroviario, nel biennio degli alimentaristi le lotte proseguono e la trattativa sta avanzando, il tavolo confederale con gli artigiani non si è fermato e stiamo valutando come, proseguendo il confronto, possiamo dare una copertura salariale a tutti i lavoratori e sbloccare il secondo livello. Stiamo consultando i lavoratori agricoli su una piattaforma che ha accolto l’istanza della CGIL di rafforzare il contratto nazionale, c’è la piattaforma unitaria, e l’accordo sulle regole, dei lavoratori e delle lavoratrici metalmeccanici, e lo sciopero generale di 8 ore proclamato per il 29 settembre.

         Stanno partendo le discussioni per le piattaforme nei chimici, nei tessili, negli edili.

         Insomma, discutiamo pure con spirito unitario fra di noi, ma di tutto ha bisogno il movimento dei lavoratori tranne che di offrire in questa fase, ad un governo di fine legislatura, e che noi speriamo, lasciatemelo dire, venga mandato a casa dal voto degli italiani, di offrire a questo governo e alla Confindustria, l’occasione di una centralizzazione contrattuale.

         Quindi un autunno in cui il Sindacato rilanci l’esigenza di una svolta e promuova una forte mobilitazione per alcuni obiettivi immediati.

         In questo autunno parte anche il nostro congresso. La cifra e l’ambizione  del nostro Congresso è, e deve essere, quella di parlare al paese, indicando la necessità e i contenuti di un suo cambiamento radicale.

         La scelta di un congresso unitario, con un documento unico, dopo 15 anni di congressi a mozioni contrapposte, si è consolidata negli anni che abbiamo alle spalle, in cui la CGIL ha svolto, grazie alla sua unità interna, un ruolo decisivo: prima nel contrasto all’egemonia e alla forza del centro destra, del quale la manifestazione del 23 marzo 2002 rimane il simbolo più grande, poi nel contribuire all’elaborazione della possibilità di un’alternativa.

         Ma oggi la scelta di un Congresso unitario è innanzitutto fatta per favorire la nostra capacità di parlare del futuro del paese. Questo è anche il congresso di una forte autonomia della CGIL. La scelta di concludere il congresso nazionale prima delle elezioni politiche intende, coscientemente, esprimere questa forte autonomia. Nelle tesi diciamo che occorre, nella fase attuale, “….. più politica da parte del sindacato senza timore di sovrapposizioni”!

         Anche questa autonomia forte, ci aiuta a dare un contributo per quella che ci sembra la questione cruciale del futuro del paese: la consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale.

         Diciamo “RIPROGETTARE IL PAESE”, volendo dire che una politica dei due tempi, chiunque la proponga, non è per noi accettabile non solo perché è INGIUSTA ma anche perché non funzionerebbe. Siamo convinti che senza un grande cambiamento questo paese non tornerà a crescere.

         Si tratta certo, in un’altra prospettiva, di affrontare le macerie dell’auspicabile dopo – Berlusconi, ma non si tratta di accontentarsi di ricostruire il paese che c’era prima. Anche prima di Berlusconi il nostro paese era segnato dalla convivenza di due modelli di sviluppo: quello basato sui bassi costi e quello della qualità, della VIA ALTA.

         Per mobilitare le energie migliori, anche nel sistema d’imprese, per ridare una prospettiva di sicurezza, in particolare ai giovani, è necessario indicare a tutto il paese l’ORIZZONTE DELLA QUALITA’.

         Poi certo, ci sarà bisogno di realismo e gradualità, ma per far RIPARTIRE IL PAESE, l’indicazione di marcia deve essere netta e inequivocabile.

         C’è chi ha detto che si pensa meglio camminando e chi che si può pensare anche mentre si corre. Ma per correre è importante sapere dov’è il traguardo. Questa nuova prospettiva ha per noi due motori legati dall’idea dell’INNOVAZIONE PER LA QUALITA’: il primo motore è l’aumento del valore del lavoro, il secondo è una diversa considerazione dei bisogni sociali.

         L’attuale globalizzazione neo-liberista e molti provvedimenti di questo governo, hanno mortificato il lavoro, il suo ruolo e senso sociale.

         E’ aumentata la precarietà, sono peggiorate le condizioni di lavoro, sono diminuiti i salari.

         Un’altra idea di sviluppo deve mettere al centro il lavoro, curarne la qualità, il valore, la stabilità.

         Per questo tutta la CGIL dice, nei documenti congressuali, che per noi il salario è tornato ad essere un problema POLITICO. Che il nostro obiettivo è l’aumento dei salari netti e che in questo è decisivo il contratto nazionale di lavoro, all’interno, ovviamente, di una politica complessiva di ridistribuzione del reddito fatta da interventi fiscali, di spesa sociale e controllo dei prezzi. Il CCNL, quindi, non può più limitarsi al solo recupero del potere d’acquisto o essere legato all’inflazione programmata. Convinzione che porteremo anche nella commissione unitaria.

         L’altro motore è quello dei bisogni sociali che non possono essere considerati in via generale, un costo o un peso per lo sviluppo.

Se lo sviluppo è la ricerca della qualità, la coesione sociale è necessaria.

Non solo: nell’epoca del mercato globale e della tecnologia che sostituisce il lavoro vivo, un sistema diffuso dei servizi sociali, se il lavoro in esso contenuto è qualificato e retribuito come merita, può aumentare l’offerta di lavoro femminile, può aumentare i consumi aumentando l’occupazione (essendo un’attività sottratta alla competizione internazionale e non sostituibile tecnologicamente), può incentivare l’innovazione tecnica (come nell’attività socio – sanitaria e bio-medicale).

La scelta della VIA ALTA dello sviluppo richiede una NUOVA STAGIONE DI PROGRAMMAZIONE DEMOCRATICA DELL’ECONOMIA.

Nuova programmazione che si realizzi da parte dello Stato e delle Regioni, attivando la partecipazione e il consenso delle forze sociali, che abbia al centro la determinazione di una POLITICA INDUSTRIALE PER L’INNOVAZIONE.

A sostegno di questa direzione noi chiediamo il superamento della legge n. 30, rilanciando le nostre proposte su cui abbiamo raccolto 5 milioni di firme. Il superamento della legislazione Moratti, per introdurre, entro la prossima legislatura, l’obbligo scolastico a 18 anni; necessario per UN’ECONOMIA DELLA CONOSCENZA E DELLA QUALITÀ.

Il superamento della legge BOSSI-FINI, rivendicando il diritto di voto amministrativo per i migranti regolari.

Il superamento delle ultime modifiche previdenziali ma anche il miglioramento della DINI per le carriere discontinue. Una piattaforma di tale cambiamento, per noi necessaria ad uno sviluppo di qualità, ha certo bisogno di un’idea di finanziamento.

Noi diciamo che le risorse devono essere trovate laddove sono cresciute in questi anni: con una piattaforma di legislatura contro l’evasione fiscale e contributiva e l’economia sommersa. Ripristinando la progressività del sistema fiscale sulle persone fisiche, aumentando la tassazione sulle rendite e sui grandi patrimoni.

Proponiamo poi, alle altre Confederazioni, la necessità di concordare in “una carta programmatica dei valori confederali”. Perché se è giusto affrontare con trasparenza le nostre differenze noi pensiamo vada rilanciato ciò che ci unisce. E diciamo a CISL e UIL che sarebbe un errore contrapporre le ragioni dell’unità a quelle della democrazia sindacale, per la quale la CGIL ribadisce che la prospettiva di una legge rimane necessaria.

In un congresso di tale ambizione, il gruppo dirigente della CGIL regionale ha trovato logico che il Congresso Regionale, che si terrà l’1-2-3 febbraio 2006, deliberi un documento di indirizzi e di mandato, sulle specifiche politiche regionali, in una sessione specifica di discussione.

Noi abbiamo fortemente apprezzato che il Presidente Errani abbia mantenuto l’impegno assunto con CGIL – CISL – UIL in campagna elettorale: la legge sulla qualità e la sicurezza del lavoro è stata la prima legge di questa legislatura. Avevamo visto giusto, con il documento “Oltre il buon governo” denunciando il rischio che la situazione nazionale, unita alla globalizzazione, facesse sentire i suoi effetti negativi anche al sistema regionale. Nel 2004 c’è stato un gradino nell’andamento dell’occupazione: sono aumentate le forme di lavoro precario, la loro durata prima della stabilizzazione, ed è anche diminuita l’occupazione in generale. Si diffondono i segni di difficoltà in molte situazioni dell’apparato industriale.

Possiamo dire che anche per la nostra iniziativa, la reazione a queste tendenze è già iniziata: prima con l’accordo regionale sulla qualità dello sviluppo poi con accordi e piattaforme unitarie in tutti i territori della Regione.

Dobbiamo proseguire con gli orientamenti che già ci siamo dati: puntando ad un accordo con la Giunta su tutto il sistema di appalti pubblici per una sua modifica legislativa. Qualificando il sistema di appalti per opere e forniture e ponendo l’obiettivo, per i servizi alla persona, di passare dagli appalti ad un sistema di accreditamento e convenzioni.

Dobbiamo darci l’obiettivo di rendere strutturale, in un FONDO REGIONALE per l’INNOVAZIONE INDUSTRIALE, l’esperienza del Piano Triennale e dei laboratori di ricerca integrata e di andare alla definitiva costituzione del FONDO REGIONALE per la NON AUTOSUFFICIENZA.

Ma in generale dobbiamo sollecitare che venga messa in campo un’idea in parte nuova dello sviluppo di questa Regione, a partire dalla discussione sul PTR.

Alla domanda “qual è il futuro dell’Emilia Romagna nella globalizzazione?”, noi proviamo a rispondere che bisogna pensare ad UNA REGIONE COME SE FOSSE UNA GRANDE CITTA’

Negli anni ’60 e ’70 FU la programmazione territoriale lo strumento – principe con cui in questa regione si realizzò un sistema di crescita, che unì sviluppo, qualità sociale e valorizzazione del lavoro, piegando quello che allora era la tendenza del mercato: il modello fordista. Oggi, di fronte al mercato globale e alla finanziarizzazione, il tradizionale policentrismo di questa regione DEVE FARSI SISTEMA per riuscire a indirizzare verso la qualità produttiva e sociale le tendenze in atto che vanno invece da tutt’altra parte.

Non si tratta, ovviamente, di sostituire con la programmazione regionale quella territoriale o di sacrificare le vocazioni, le specificità, le specializzazioni dei territori.

Si tratta di costruire sinergie profonde e condivise fra la programmazione regionale e quelle territoriali, integrando i sistemi di servizio allo sviluppo. Costruendo un sistema regionale della aziende ambientali, delle aziende di trasporto pubblico, della struttura aeroportuale, dei centri fieristici, delle attività di ricerca e universitarie, del sistema di tutela sociale.

In questa chiave sono decisive anche le scelte dell’area metropolitana bolognese, che per noi devono essere indirizzate all’integrazione regionale.

Da ultimo, compagne e compagni, non mi sembrano inutili alcuni cenni allo spirito che dobbiamo avere nelle gestione del nostro congresso. Guglielmo Epifani, il nostro segretario generale, ha detto, all’ultimo Direttivo nazionale, che l’errore più grande che potremmo fare è quello di affrontare un congresso a tesi, anche con tesi alternative, come se fosse un congresso per documenti contrapposti. E’ proprio così, e non è inutile sottolinearlo. Effettivamente 15 anni di abitudine possono giocarci brutti scherzi. A ben guardare questo è il primo congresso a TESI, che come CGIL facciamo, dopo il superamento delle componenti di derivazione partitica.

E’ il congresso potenzialmente più libero della nostra storia.

In questo congresso il documento è interamente modificabile, anche nelle tesi alternative, da parte di tutti i livelli congressuali, da tutte le compagne e i compagni che parteciperanno. In questo congresso viene restituita pienamente ai delegati sia la verifica dei gruppi dirigenti che la costituzione degli organismi, che dovranno rappresentare la complessità e tutti i pluralismi della nostra organizzazione.

Inoltre il nostro XV Congresso coIncide con il CENTENARIO della CGIL nel quale noi proveremo a dire la verità: e cioè il contributo decisivo che la nostra storia ha dato alla storia nazionale, assicurando la partecipazione organizzata di milioni di lavoratori (e poi di pensionati) alla democrazia del nostro paese e alle sue vicende.

Io penso che le nostre iscritte e i nostri iscritti apprezzeranno questo spirito unitario, questa possibilità di una discussione franca ma costruttiva, questa possibilità di essere protagonisti; questa ambizione di indicare una proposta di radicale cambiamento dell’Italia.

Per trasformare questa occasione in una realtà, per fare del nostro congresso un reale fatto democratico che incide nella fase del nostro Paese, per essere all’altezza del Congresso del nostro Centenario, occorre mobilitare le nostre energie migliori, la nostra passione, la nostra intelligenza.

Spetta a tutti quanti noi, spetta a voi.