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Bozza non corretta


RELAZIONE DI FULVIO FAMMONI – BARI 24 GIUGNO 2005
Diritti al lavoro – Le proposte della Cgil contro il lavoro nero


La relazione affronterà sia dal versante politico, che da quello della proposta normativa, il tema del lavoro nero. Naturalmente per ragioni di brevità non potrà che essere fatto per titoli, rimandando alla piattaforma stessa, più completa e frutto di un lungo lavoro del dipartimento nazionale e dei compagni e delle compagne che nel territorio e nelle categorie si occupano di questi temi.

Approfitto dell’occasione per ringraziarli, così come ringrazio i compagni e le compagne della Cgil Puglia per aver organizzato insieme a noi questa giornata, durante la quale confronteremo queste proposte con alcuni degli attori principali di un possibile intervento che consideriamo una priorità per il futuro del paese.

Contrastare l’economia sommersa è per noi, infatti, la premessa essenziale per aumentare il livello di democrazia e cittadinanza, per qualificare il sistema produttivo, rendere più moderno e giusto il sistema fiscale e quindi il sistema di protezione sociale, più equilibrato e trasparente il mercato, aumentare il senso civico dei cittadini, combattere l’illegalità diffusa.

Il lavoro nero è al contempo la causa e l’effetto di un grave declino del nostro sistema, dell’impoverimento di milioni di persone.

E’ un punto di dissenso totale con chi, come il presidente del consiglio, porta come esempio questa vergogna nazionale, come fattore di tenuta della nostra economia.

Combattere il lavoro nero è quindi la premessa per qualsivoglia politica di sviluppo, per allargare ed innovare i sistemi di welfare, per mettere nuovamente in circolo quelle risorse che sono sistematicamente sottratte al “patto fiscale” che tiene insieme le comunità. Risorse che vanno dal 16% del Pil (solo guardando al lavoro nero) al 26% se consideriamo l’intera area dell’economia irregolare. Cioè qualcosa come 90 miliardi di euro solo di base imponibile IRAP.

Molti sono i motivi e la cause profonde che fanno del sommerso italiano una realtà vasta ed articolata, che coinvolge circa sei milioni di uomini e di donne, interi sistemi imprenditoriali; chiamando in causa le responsabilità di tutti: anzitutto del Governo, ma anche le forze politiche, forze sociali, amministratori e operatori economici.

Chiamano in causa per quello che si è fatto (poco e male) e soprattutto per quello che non si è fatto, per la mancanza di coraggio e volontà politica.
In questi quattro anni il lavoro nero è aumentato (nell’ultimo anno stimiamo di oltre 200.000 unità) e le ricette avanzate dal Governo sono state un fallimento: sia quelle “dirette” come la legge 383 o i diversi condoni fiscali e preventivi, sia quelle indirette, a partire dalla legge 30.
Come Cgil, denunciammo le criticità di una politica più generale finalizzata a convivere o ad incoraggiare il fenomeno, come da ultimo confermano le parole del Presidente del Consiglio, più che a contrastarlo. Siamo contrari e con l’iniziativa di oggi, abbiamo sentito l’esigenza di “rilanciare”, di mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità.

Lo facciamo con una piattaforma articolata, per un “piano poliennale” contro l’economia sommersa, proponendo una “tastiera di strumenti” per aiutare i sistemi produttivi e sociali oggi ad emergere, domani a consolidarsi e crescere in una logica di competizione di qualità.

Una piattaforma che è l’evoluzione di una strategia da tempo in campo e che ci ha permesso di fare molti passi in avanti insieme anche sul terreno unitario: prima con il protocollo di intenti firmato con Libera, poi attraverso gli Avvisi comuni in edilizia e agricoltura, fino al documento sul Mezzogiorno firmato con Confindustria e alla piattaforma unitaria pugliese che rappresenta uno dei punti avanzati. E non è un caso che siamo oggi qui, a Bari.

Proponiamo di compiere un ulteriore salto di qualità a chi si candida a governare il Paese, a chi governa nel territorio. Alle altre forze sociali, a partire dalla capacità di allargare un modello di rappresentanza, di dare voce a chi – oggi – voce e diritti non ne ha.
Sono proposte anche tecniche, alcune molto innovative (penso alla proposta degli “indici di congruità” o agli automatismi per gli immigrati clandestini), altre frutto di un’elaborazione negli anni della Confederazione e delle categorie, ma che colgono un elemento di fondo della lotta al lavoro nero: non solo l’aspetto del recupero delle risorse (oggi quanto mai necessario), non solo l’intreccio con un modello di sviluppo che tende a comprimere diritti, ma l’elemento di una visione povera della società, dei territori, della stessa azione sociale e quindi della democrazia.

Per contrastare il lavoro nero occorre fare i conti allora con un modello economico che nel nostro paese, si caratterizza tanto per imprese che competono (o potrebbero competere) sulla qualità dei prodotti e dei processi, quanto per attività che, dato il nuovo contesto globale, non possono più sopravvivere basando la propria strategia sulla sola compressione dei costi.

Naturalmente noi continuiamo a considerare fondamentali anche i metodi tradizionali che il Governo depotenzia. Ci vogliono anche più fermezza, più ispezioni, meno impunità, più repressione del fenomeno con tutti i mezzi e gli strumenti disponibili.

Contrastare il lavoro nero vuol dire poi concentrare gli sforzi politici ed economici anzitutto verso quelle realtà imprenditoriali e di sistema esistenti, le cui potenzialità potrebbero sopportare oggi i costi di un ritorno alla legalità, domani e grazie ad interventi mirati- permettere un consolidamento in chiave di maggiore qualità nel prodotto e nei processi e che invece puntano oggi all’illegalità come modello competitivo.

Proponiamo dunque l’inverso della politica economica del governo, che ha assunto – anche ideologicamente – un modello di sviluppo basato sulla riduzione del costo e sulla compressione dei diritti. Perchè non può esserci costo più compresso, riduzione di diritti più di quanto si possa fare nel lavoro nero.

Per questo la lotta al nero necessita di interventi strutturali a 360 gradi, sul terreno economico, ma anche sociale e culturale, sapendo agire tanto sull’eccezionalità quanto sul consolidamento dei sistemi locali, qualificando il sistema infrastrutturale implementando modelli e dinamiche di sviluppo dal basso, estendendo tutele e diritti per milioni di persone, aumentando la qualità dei sistemi produttivi e del sistema fiscale, rendendo più funzionali gli assetti istituzionali e delle PP. AA. a livello nazionale e locale.

Contrastare il lavoro nero in Italia richiede, inoltre, una politica di medio-lungo periodo attenta alle specificità, alle dinamiche territoriali e settoriali, coerente nei suoi passaggi e nelle proposte. Una vera e propria strategia che non si basi solo sulla buona volontà degli operatori, ma che metta mano a norme e strumenti per rendere l’emersione una possibilità reale e praticabile.

Con la consapevolezza, in più, che anche il “mercato sommerso” tende ad evolversi, accompagnando in maniera parallela l’evoluzione del mercato del lavoro più in generale.

Questi sono del resto i lasciti su cui maggiormente è visibile il fallimento del governo Berlusconi.

I principali centri Studi (da ultimo il Censis) stimano per il 2004 che circa il 20 % dei lavoratori presta la propria opera in maniera non regolare, per un numero complessivo di circa 5 milioni e mezzo di persone.
Su questi dati l’IRES dirà qualche cosa in più. Ma è chiaro che siamo in emergenza. Una emergenza nuova che segna una diminuzione delle così dette posizioni “grigie” (doppio lavoro non denunciato, compensi fuori busta paga, ecc.), e un aumento del nero integrale. Tale dinamica risulterebbe strettamente non solo connessa con l’attuale ciclo economico (imprese che riducono i costi, immergendosi ulteriormente o nascendo a nero, che “smontano” sempre più il ciclo produttivo con esternalizzazioni o catene di sub appalti, ecc.). ma più in generale con i limiti di una certa cultura imprenditoriale.

E’ evidente come stretto sia il legame con un più generale processo che vede il mondo del lavoro e i suoi protagonisti al centro di un ampio processo di frantumazione e di riduzione dei diritti e delle tutele come mai da molti anni a questa parte. Frantumazione nel mercato del lavoro, attraverso una moltiplicazione delle forme contrattuali precarie, un’immersione di parte del tessuto imprenditoriale e una forte compressione dei salari e dei diritti individuali e collettivi. Frantumazione nel lavoro, nei luoghi, nei tempi e nei modi del produrre, attraverso una parcellizzazione dei modelli aziendali e della catena del ciclo produttivo nelle cui pieghe cresce il lavoro irregolare, l’insicurezza anche fisica e la precarietà sociale .

Conseguenze più dirette di questo processo culturale, produttivo, sociale e normativo sono oggi: una riduzione della coesione sociale , degli strumenti democratici e del ruolo dei soggetti collettivi come luoghi di ricomposizione delle tensioni sociali, di partecipazione e di solidarietà generale.

Riportare ad unità il mondo del lavoro, rivendicarne il protagonismo e la visibilità, dare voce e rappresentanza al lavoro precario, al lavoro dipendente più povero, ai lavoratori emarginati e quindi al vasto mondo del lavoro nero, del lavoro grigio e del lavoro elusivo (i tanti, troppi falsi collaboratori) sono le coordinate entro cui, per la Cgil, occorre declinare un “nuovo patto di cittadinanza” che assuma il valore sociale, di emancipazione e di liberazione del lavoro come volano per un maggiore benessere, un nuovo modello di sviluppo di qualità, maggiore coesione e democrazia. Del resto solo il contrasto al lavoro nero può dare basi, può essere il presupposto, per un nuovo patto fiscale tra le ragioni del lavoro, dell’impresa, della cittadinanza.

Da questo punto di vista è stata fondamentale la dimostrazione – anche statistica – di come l’occupazione di qualità, lo sviluppo, la stessa coesione sociale non sono possibili se si scommette su un modello povero basato sulla riduzione del costo del lavoro e dei diritti e – più in generale – della legalità e della coesione sociale.

Sempre Berlusconi, a pochi mesi dalla fine della legislatura promette nuove misure per l’emersione, da prendere, riporto in modo testuale, “con prudenza”. Prudenza in verità la chiediamo noi, basta e avanza quanto già fatto dal governo perchè

• Parlare di comprensione per chi evade sopra una certa quota è un messaggio devastante;
• il meccanismo di continui condoni, peraltro congegnato in modo che più tardi paghi meno paghi è un messaggio di impunità diffusa, così come depotenziare il ruolo della magistratura e delle funzioni ispettive;
• la legge Bossi-Fini, fra le tante aberrazioni non solo tratta le persone come merce, ma ha un obiettivo specifico recuperare braccia per le attività del mercato sommerso fra le più povere e ricattabili; un immigrato non potrà mai denunciare adesso una attività illegale perché le conseguenze riguarderebbero prima di tutto la sua condizione portando all’espulsione

E’ questo “clima” di impunità e relative aspettative che crea, che vede molti soggetti colpevoli, molti soggetti disattenti, tranne quando mostrano scandalo, commentano ogni nuova ricerca..

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Non è del resto questa concezione alla base dello stesso fallimento della legge 383/01 che in due anni, a fronte di benefici automatici, ha visto emergere meno di 4 mila lavoratori? Lavoratori in molti casi già coinvolti in programmi di riallineamento (come in Puglia) per cui la norma ha svolto la mera funzione di proroga ulteriore dei termini già concordati per la messa in regola.

La stessa riforma in materia di servizi ispettivi – dlgs. 124/04 – ha comportato uno svilimento dei (pochi) servizi operanti sul territorio e una riduzione drastica di ogni intervento repressivo e punitivo in favore di funzioni conciliative monocratiche (prive spesso di assistenza sindacale per il lavoratore irregolare) e di funzioni di consulenza (senza separazione dei ruoli tra i diversi addetti).
Una riforma che svilisce la funzione pubblica di controllo e repressione, che minaccia l’indipendenza degli enti previdenziali e assicurati. Che dà vita ad un rovesciamento della stessa funzione pubblica a cui erano chiamati i pubblici ufficiali.

Un concetto di funzione pubblica che , proprio per le considerazioni a noi note sulle caratteristiche specifiche del diritto del lavoro (basato su un rapporto asimmetrico in cui la parte debole – il lavoratore – dovrebbe essere più tutelato), così come ha tradotto ed espresso i principi costituzionali di tutela del lavoratore, ha sempre visto anche nel rapporto Amministrazione – cittadino/lavoratore lo strumento per una maggiore giustizia e per il rispetto di regole bilanciate e basate sull’esigenza di contropotere da riconoscere.

Infine l’abolizione della legge 1369/60 sull’intermediazione di manodopera e la profonda manomissione che la nuova legislazione sul mercato del lavoro attua in termini di riduzione delle tutele all’interno dell’organizzazione produttiva (nuove norme sul trasferimento di ramo d’azienda, sugli appalti e sub-appalti, lavoro a chiamata, ecc.), rischiano di aumentare possibili forme di elusione contrattuale e previdenziale.
Favorendo così, accanto al lavoro nero e al “grigio tradizionale” la nascita di un universo di lavoro “elusivo” (cioè caratterizzato da irregolarità nella tipologia contrattuale, es. falsi co.co.co, falsi associati in partecipazione, ecc.).

Gli stessi effetti di emersione “indiretta” che la nuova legislazione in materia di lavoro (legge 30 e dlgs. 276/03) avrebbe dovuto innescare, attraverso la riduzione del costo e delle rigidità normative delle tipologie contrattuali, si sono dimostrati inesistenti.

I dati Istat confermano e aggravano queste distorsioni . L’occupazione cala proprio là dove secondo il governo le misure adottate avrebbero dovuto rendere di più, tra le donne e nel Mezzogiorno. Contemporaneamente anche la disoccupazione cala perché le persone non si iscrivono più al collocamento scoraggiate dalle possibilità prevalentemente precarie che offre il M.d.L, rendendo anche così più concorrenziale l’area del lavoro nero, sottopagato, sfruttato.

Come Cgil denunciammo subito tutti questi limiti le contraddizioni ed i rischi connessi con una siffatta strategia, Contemporaneamente predisponemmo una vera e propria piattaforma di proposte alternative Proposte culminate nell’iniziativa nazionale che si tenne nel dicembre del 2003 presso il Cnel..

Ho già detto dell’importante percorso che abbiamo compiuto grazie ad un lavoro unitario.

Si tratta ora di rilanciare anche con le proposte, di questa piattaforma In più occorrerà selezionare le priorità su cui chiamare all’impegno non solo le forze sociali, ma anche le istituzioni nazionali e locali.
Occorre prendere atto che politiche che puntino oggi solo alla riduzione del costo del lavoro a danno dei lavoratori e ad una drastica caduta dei livelli di legalità e di “attenzione sociale” non sono solo lesive dei diritti di milioni di lavoratori e imprenditori, ma rappresentano una risposta inefficace ai problemi che abbiamo di fronte. La stessa politica dei contratti di riallineamento, che pure rispetto agli scarsi risultati della 383/01 ha segnato successi per qualità e quantità imparagonabili, non è infatti più riproponibile. Non solo per le numerose criticità che sono emerse durante l’utilizzo di questo strumento, oramai anche legislativamente irripetibile (visti i limiti posti dalla normativa europea), ma anche e soprattutto perché alla fine non è intervenendo solo sul costo del lavoro o sulla fuoriuscita eccezionale (e momentanea) dai parametri che la legge e la contrattazione determinano che si superano i limiti di un fenomeno strutturale e profondamente legato ad un crisi più ampia del sistema produttivo italiano.

Occorre allora ragionare su un “percorso” di riforme ed interventi che sanciscano quattro ben determinati livelli di azione per quella che noi definiamo una vera e propria strategia contro il lavoro nero:

• Passare dal concetto di emersione al concetto di accompagnamento verso il consolidamento e la qualificazione, selezionando i tessuti produttivi in grado di reggere “l’emersione” e accompagnando gli altri lavoratori ed imprese in nuovi settori e nuovi campi ;

• un nuovo sistema di relazioni con le PP.AA. e tra le imprese in grado di permettere un circuito trasparente e legalitario nella dinamica degli appalti, delle forniture, del franchising e del distacco;

• una politica di presidio del territorio e di efficace repressione verso quei soggetti che, nonostante politiche attive e mirate, persistano nell’illegalità attraverso una profonda riforma dei servizi ispettivi e il superamento di molte norme contenute nel dlgs. 124/04;

• una politica ad ampio raggio che qualifichi al meglio il sistema-paese, in termini di capacità produttiva, conoscenze, ricerca, infrastrutture.



Per lo specifico dei 14 punti di proposta rinvio allora alla piattaforma, qui voglio solo brevemente illustrare le principali idee guida:

Innanzitutto voglio sottolineare una delle nuove “Idee” che oggi vi consegniamo. Gli indici di congruità.

Si propone di generalizzare, attraverso un intervento normativo specifico, un nuovo strumento di lettura e di verifica delle reali prestazioni in essere all’interno delle imprese, che definisca, per i principali settori ed opere - sul modello della definizione e aggiornamento degli studi di settore, anche in accordo con le parti sociali - gli INDICI DI CONGRUITA’ relativi al rapporto tra quantità/qualità della prestazione (diretta o in appalto) e quantità delle ore lavorate e del numero di lavoratori (con range di oscillazione da determinare).
Indici presuntivi il cui rispetto rappresenti la principale condizione per: orientare gli interventi ispettivi delle diverse istituzioni; accedere a gare di appalto, concessioni, ecc.; definire la genuinità dell’appalto stesso; godere di qualsivoglia beneficio economico e normativo.

L’architettura generale della proposta si basa sul Fondo nazionale per l’emersione
Si propone la costituzione, attraverso un intervento normativo specifico, di un apposito fondo destinato:
• per una parte al sostegno dei piani locali di sistema contro il sommerso;
• per la restante parte alla contribuzione, tramite INPS, dei piani individuali dei lavoratori per la ricostruzione della carriera previdenziale.
Un fondo – come vedrete nelle simulazioni allegate alla piattaforma – in grado presto di auto alimentarsi e garantire annualmente emersione.


Proponiamo come strumento operativo del fondo la definizione di uno strumento di concertazione locale, piani locali per l’emersione con funzione di raccordo anche con altri strumenti eventualmente già disponibili.

Punto fondamentale è la legge quadro di riforma dei servizi ispettivi.
Occorre un nuovo intervento quadro di riforma che cancelli le norme del dlgs. 124/04 (si vedano anche le proposte della Cgil presentate il 24/02/05 sul mercato del lavoro) nonché proceda a: un potenziamento delle risorse finanziarie, tecnologiche e umane dei diversi servizi ispettivi, un ampliamento dei controlli amministrativi a monte sulle entrate; un potenziamento dell’attività di vigilanza c.d. a vista; una razionalizzazione del sistema sanzionatorio, la costituzione di una banca dati unica sugli incentivi e le agevolazioni (comunitarie, nazionali e locali) alle imprese, al fine di bloccare eventuali erogazioni all’atto stesso della contestazione di irregolarità sia di derivazione normativa che contrattuale o in base agli “indici di congruità”; una riforma del processo di riscossione .

Proponiamo nuove norme per gli appalti.
A seguito della generalizzane per legge di “indici di congruità”, includere il rispetto di tali indici (o comunque del principio di esistenza di un rapporto tra quantità/qualità dell’opera o prestazione e numero di lavoratori e quantità di lavoro) nella definizione civilistica di genuinità dell’appalto,
Nel campo dei servizi si propone l’estensione di un meccanismo simile al DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) che attesti non solo i corretti versamenti dell’impresa appaltatrice presso l’INPS e l’INAIL, ma anche il rispetto della clausola sociale e dei CCNL, individuando in un soggetto terzo e pubblico la sede per il rilascio dell’attestato.

Norme di solidarietà fiscale nei rapporti di fornitura e sub fornitura proponendo un intervento legislativo che sancisca: l’estensione del concetto di solidarietà fiscale, rispetto all’intera filiera produttiva e all’intera area di impresa (così come definita anche nella proposta di legge della CGIL sull’estensione delle tutele); obbligatorietà per le imprese a valle del ciclo produttivo, in sede di dichiarazione dei fatturati, di presentare una certificazione di regolarità a cura di INPS e INAIL , nonché una certificazione di rispetto degli” indici di congruità” per l’intera filiera produttiva e una clausola sociale nel contratto di franchising.

Si propone che come condizione necessaria al fine di stipulare un contratto tra l’affialiante e l’affiliato, vi sia il riconoscimento di una responsabilità comune in termini di rispetto dei contratti collettivi nazionali di lavoro firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, delle normative previdenziali e contributive e in materia di sicurezza, subordinando al loro rispetto la stipula del contratto stesso.
Proponiamo in attesa di una diversa impostazione del meccanismo del distacco di mano d’opera da paesi extracomunitari nuove norme sul distacco di lavoratori stranieri: l’appaltante deve indicare nella richiesta di nulla osta al lavoro tutte le località ove verrà svolta l’attività lavorativa; nella richiesta l’appaltante deve comprovare l’esistenza o l’impegno da parte dell’appaltatore alla costituzione di una struttura operante in Italia dotata delle attrezzature necessarie e idonea all’esercizio del potere organizzativo e direttivo; il datore di lavoro estero deve sempre rispondere nei confronti dei propri dipendenti in distacco in Italia, in solido con l’appaltante entro il limite di un anno dalla cessazione dell’appalto; qualora non esistano convenzioni in materia di sicurezza sociale con il paese di provenienza dei lavoratori, gli stessi e l’appaltante debbono essere assoggettati a tutta la legislazione in materia vigente in Italia; nel caso esista una convenzione, l’appaltante deve produrre idonea certificazione, rilasciata dagli enti assicuratori e previdenziali esteri, attestante la regolarità contributiva dell’appaltatore.
Nuove norme per l’agricoltura a partire dal fatto che per la Cgil occorre: una normativa quadro che si sancisca come l’accesso a tutti i benefici fiscali e previdenziali previsti per il settore agricolo deve essere riconosciuto solo alle imprese che applicano integralmente le leggi (comprese quelle speciali sul collocamento) e i CCNL .

Nuovi meccanismi di incentivo economico alle imprese.
Occorre riorientare nel medio periodo gran parte degli incentivi per le imprese – fatte salve ovviamente le caratteristiche specifiche dei diversi settori – a forme di premialità per le aziende che si muovono attraverso forme e modalità consortili o di distretto; potenziare e reintrodurre leggi come la 488/92, la 449/97, la 133 del 1999; riformare e potenziare (anche attraverso maggiori trasferimenti di risorse) gran parte delle normative specifiche per l’incentivazione di esperienze consortili (legge 317/91 e successive), soprattutto al Sud.

Infine così come siamo partiti da una proposta innovativa, concludo con la norma contro il ricatto verso i lavoratori clandestini.
Proponiamo che sia riconosciuto per legge un automatismo tra denuncia della propria condizione di lavoratore a nero (e relativo datore) e il rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo. Permesso cui validità sia riconosciuta fino ad accertamento, con sentenza di merito del giudice o con atto conciliatorio presso le DPL ai sensi dell’art. 410 del Codice di Procedura Civile, del contestato, con relativa trasformazione in permesso di soggiorno per lavoro (a seguito del mantenimento del rapporto) o in permesso di soggiorno per ricerca di lavoro (in caso di risoluzione del rapporto).


Idee e proposte su cui discutere ve ne sono molte. Non sono queste proposte immutate e immutabili e contengono già un importante patrimonio unitario. Sono il nostro contributo, pronti a discutere con chi, come noi, sa che sul contrasto al lavoro nero si gioca tanta parte del futuro del paese.

Sono però sicuro che si può fare di più. Aspettiamo risposte programmatiche da chi si candida a governare, chiediamo alle regioni un confronto di merito urgente col loro coordinamento nazionale assieme a Cisl e Uil , ma soprattutto sono sicuro che sapremo unitariamente svolgere un’iniziativa all’altezza di questi problemi, costruire una piattaforma unitaria, decidere le iniziative necessarie.

Però, siccome da un punto bisogna partire, il caso di Bari mi sembra emblematico.

Qui c’è già una piattaforma unitaria, qui le condizioni del confronto sono già possibili, vi è un nuovo governo della regione. Da qui, dal Mezzogiorno è possibile mandare un importante messaggio innovativo a tutto il paese.