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Bozza non corretta
RELAZIONE DI FULVIO FAMMONI – BARI 24
GIUGNO 2005
Diritti al lavoro – Le proposte della Cgil contro il lavoro nero
La relazione affronterà sia dal versante politico, che da quello
della proposta normativa, il tema del lavoro nero. Naturalmente
per ragioni di brevità non potrà che essere fatto per titoli,
rimandando alla piattaforma stessa, più completa e frutto di un
lungo lavoro del dipartimento nazionale e dei compagni e delle
compagne che nel territorio e nelle categorie si occupano di
questi temi.
Approfitto dell’occasione per ringraziarli, così come ringrazio
i compagni e le compagne della Cgil Puglia per aver organizzato
insieme a noi questa giornata, durante la quale confronteremo
queste proposte con alcuni degli attori principali di un
possibile intervento che consideriamo una priorità per il futuro
del paese.
Contrastare l’economia sommersa è per noi, infatti, la premessa
essenziale per aumentare il livello di democrazia e
cittadinanza, per qualificare il sistema produttivo, rendere più
moderno e giusto il sistema fiscale e quindi il sistema di
protezione sociale, più equilibrato e trasparente il mercato,
aumentare il senso civico dei cittadini, combattere l’illegalità
diffusa.
Il lavoro nero è al contempo la causa e l’effetto di un grave
declino del nostro sistema, dell’impoverimento di milioni di
persone.
E’ un punto di dissenso totale con chi, come il presidente del
consiglio, porta come esempio questa vergogna nazionale, come
fattore di tenuta della nostra economia.
Combattere il lavoro nero è quindi la premessa per qualsivoglia
politica di sviluppo, per allargare ed innovare i sistemi di
welfare, per mettere nuovamente in circolo quelle risorse che
sono sistematicamente sottratte al “patto fiscale” che tiene
insieme le comunità. Risorse che vanno dal 16% del Pil (solo
guardando al lavoro nero) al 26% se consideriamo l’intera area
dell’economia irregolare. Cioè qualcosa come 90 miliardi di euro
solo di base imponibile IRAP.
Molti sono i motivi e la cause profonde che fanno del sommerso
italiano una realtà vasta ed articolata, che coinvolge circa sei
milioni di uomini e di donne, interi sistemi imprenditoriali;
chiamando in causa le responsabilità di tutti: anzitutto del
Governo, ma anche le forze politiche, forze sociali,
amministratori e operatori economici.
Chiamano in causa per quello che si è fatto (poco e male) e
soprattutto per quello che non si è fatto, per la mancanza di
coraggio e volontà politica.
In questi quattro anni il lavoro nero è aumentato (nell’ultimo
anno stimiamo di oltre 200.000 unità) e le ricette avanzate dal
Governo sono state un fallimento: sia quelle “dirette” come la
legge 383 o i diversi condoni fiscali e preventivi, sia quelle
indirette, a partire dalla legge 30.
Come Cgil, denunciammo le criticità di una politica più generale
finalizzata a convivere o ad incoraggiare il fenomeno, come da
ultimo confermano le parole del Presidente del Consiglio, più
che a contrastarlo. Siamo contrari e con l’iniziativa di oggi,
abbiamo sentito l’esigenza di “rilanciare”, di mettere tutti di
fronte alle proprie responsabilità.
Lo facciamo con una piattaforma articolata, per un “piano
poliennale” contro l’economia sommersa, proponendo una “tastiera
di strumenti” per aiutare i sistemi produttivi e sociali oggi ad
emergere, domani a consolidarsi e crescere in una logica di
competizione di qualità.
Una piattaforma che è l’evoluzione di una strategia da tempo in
campo e che ci ha permesso di fare molti passi in avanti insieme
anche sul terreno unitario: prima con il protocollo di intenti
firmato con Libera, poi attraverso gli Avvisi comuni in edilizia
e agricoltura, fino al documento sul Mezzogiorno firmato con
Confindustria e alla piattaforma unitaria pugliese che
rappresenta uno dei punti avanzati. E non è un caso che siamo
oggi qui, a Bari.
Proponiamo di compiere un ulteriore salto di qualità a chi si
candida a governare il Paese, a chi governa nel territorio. Alle
altre forze sociali, a partire dalla capacità di allargare un
modello di rappresentanza, di dare voce a chi – oggi – voce e
diritti non ne ha.
Sono proposte anche tecniche, alcune molto innovative (penso
alla proposta degli “indici di congruità” o agli automatismi per
gli immigrati clandestini), altre frutto di un’elaborazione
negli anni della Confederazione e delle categorie, ma che
colgono un elemento di fondo della lotta al lavoro nero: non
solo l’aspetto del recupero delle risorse (oggi quanto mai
necessario), non solo l’intreccio con un modello di sviluppo che
tende a comprimere diritti, ma l’elemento di una visione povera
della società, dei territori, della stessa azione sociale e
quindi della democrazia.
Per contrastare il lavoro nero occorre fare i conti allora con
un modello economico che nel nostro paese, si caratterizza tanto
per imprese che competono (o potrebbero competere) sulla qualità
dei prodotti e dei processi, quanto per attività che, dato il
nuovo contesto globale, non possono più sopravvivere basando la
propria strategia sulla sola compressione dei costi.
Naturalmente noi continuiamo a considerare fondamentali anche i
metodi tradizionali che il Governo depotenzia. Ci vogliono anche
più fermezza, più ispezioni, meno impunità, più repressione del
fenomeno con tutti i mezzi e gli strumenti disponibili.
Contrastare il lavoro nero vuol dire poi concentrare gli sforzi
politici ed economici anzitutto verso quelle realtà
imprenditoriali e di sistema esistenti, le cui potenzialità
potrebbero sopportare oggi i costi di un ritorno alla legalità,
domani e grazie ad interventi mirati- permettere un
consolidamento in chiave di maggiore qualità nel prodotto e nei
processi e che invece puntano oggi all’illegalità come modello
competitivo.
Proponiamo dunque l’inverso della politica economica del
governo, che ha assunto – anche ideologicamente – un modello di
sviluppo basato sulla riduzione del costo e sulla compressione
dei diritti. Perchè non può esserci costo più compresso,
riduzione di diritti più di quanto si possa fare nel lavoro
nero.
Per questo la lotta al nero necessita di interventi strutturali
a 360 gradi, sul terreno economico, ma anche sociale e
culturale, sapendo agire tanto sull’eccezionalità quanto sul
consolidamento dei sistemi locali, qualificando il sistema
infrastrutturale implementando modelli e dinamiche di sviluppo
dal basso, estendendo tutele e diritti per milioni di persone,
aumentando la qualità dei sistemi produttivi e del sistema
fiscale, rendendo più funzionali gli assetti istituzionali e
delle PP. AA. a livello nazionale e locale.
Contrastare il lavoro nero in Italia richiede, inoltre, una
politica di medio-lungo periodo attenta alle specificità, alle
dinamiche territoriali e settoriali, coerente nei suoi passaggi
e nelle proposte. Una vera e propria strategia che non si basi
solo sulla buona volontà degli operatori, ma che metta mano a
norme e strumenti per rendere l’emersione una possibilità reale
e praticabile.
Con la consapevolezza, in più, che anche il “mercato sommerso”
tende ad evolversi, accompagnando in maniera parallela
l’evoluzione del mercato del lavoro più in generale.
Questi sono del resto i lasciti su cui maggiormente è visibile
il fallimento del governo Berlusconi.
I principali centri Studi (da ultimo il Censis) stimano per il
2004 che circa il 20 % dei lavoratori presta la propria opera in
maniera non regolare, per un numero complessivo di circa 5
milioni e mezzo di persone.
Su questi dati l’IRES dirà qualche cosa in più. Ma è chiaro che
siamo in emergenza. Una emergenza nuova che segna una
diminuzione delle così dette posizioni “grigie” (doppio lavoro
non denunciato, compensi fuori busta paga, ecc.), e un aumento
del nero integrale. Tale dinamica risulterebbe strettamente non
solo connessa con l’attuale ciclo economico (imprese che
riducono i costi, immergendosi ulteriormente o nascendo a nero,
che “smontano” sempre più il ciclo produttivo con
esternalizzazioni o catene di sub appalti, ecc.). ma più in
generale con i limiti di una certa cultura imprenditoriale.
E’ evidente come stretto sia il legame con un più generale
processo che vede il mondo del lavoro e i suoi protagonisti al
centro di un ampio processo di frantumazione e di riduzione dei
diritti e delle tutele come mai da molti anni a questa parte.
Frantumazione nel mercato del lavoro, attraverso una
moltiplicazione delle forme contrattuali precarie, un’immersione
di parte del tessuto imprenditoriale e una forte compressione
dei salari e dei diritti individuali e collettivi. Frantumazione
nel lavoro, nei luoghi, nei tempi e nei modi del produrre,
attraverso una parcellizzazione dei modelli aziendali e della
catena del ciclo produttivo nelle cui pieghe cresce il lavoro
irregolare, l’insicurezza anche fisica e la precarietà sociale .
Conseguenze più dirette di questo processo culturale,
produttivo, sociale e normativo sono oggi: una riduzione della
coesione sociale , degli strumenti democratici e del ruolo dei
soggetti collettivi come luoghi di ricomposizione delle tensioni
sociali, di partecipazione e di solidarietà generale.
Riportare ad unità il mondo del lavoro, rivendicarne il
protagonismo e la visibilità, dare voce e rappresentanza al
lavoro precario, al lavoro dipendente più povero, ai lavoratori
emarginati e quindi al vasto mondo del lavoro nero, del lavoro
grigio e del lavoro elusivo (i tanti, troppi falsi
collaboratori) sono le coordinate entro cui, per la Cgil,
occorre declinare un “nuovo patto di cittadinanza” che assuma il
valore sociale, di emancipazione e di liberazione del lavoro
come volano per un maggiore benessere, un nuovo modello di
sviluppo di qualità, maggiore coesione e democrazia. Del resto
solo il contrasto al lavoro nero può dare basi, può essere il
presupposto, per un nuovo patto fiscale tra le ragioni del
lavoro, dell’impresa, della cittadinanza.
Da questo punto di vista è stata fondamentale la dimostrazione –
anche statistica – di come l’occupazione di qualità, lo
sviluppo, la stessa coesione sociale non sono possibili se si
scommette su un modello povero basato sulla riduzione del costo
del lavoro e dei diritti e – più in generale – della legalità e
della coesione sociale.
Sempre Berlusconi, a pochi mesi dalla fine della legislatura
promette nuove misure per l’emersione, da prendere, riporto in
modo testuale, “con prudenza”. Prudenza in verità la chiediamo
noi, basta e avanza quanto già fatto dal governo perchè
• Parlare di comprensione per chi evade sopra una certa quota è
un messaggio devastante;
• il meccanismo di continui condoni, peraltro congegnato in modo
che più tardi paghi meno paghi è un messaggio di impunità
diffusa, così come depotenziare il ruolo della magistratura e
delle funzioni ispettive;
• la legge Bossi-Fini, fra le tante aberrazioni non solo tratta
le persone come merce, ma ha un obiettivo specifico recuperare
braccia per le attività del mercato sommerso fra le più povere e
ricattabili; un immigrato non potrà mai denunciare adesso una
attività illegale perché le conseguenze riguarderebbero prima di
tutto la sua condizione portando all’espulsione
E’ questo “clima” di impunità e relative aspettative che crea,
che vede molti soggetti colpevoli, molti soggetti disattenti,
tranne quando mostrano scandalo, commentano ogni nuova ricerca..
.
Non è del resto questa concezione alla base dello stesso
fallimento della legge 383/01 che in due anni, a fronte di
benefici automatici, ha visto emergere meno di 4 mila
lavoratori? Lavoratori in molti casi già coinvolti in programmi
di riallineamento (come in Puglia) per cui la norma ha svolto la
mera funzione di proroga ulteriore dei termini già concordati
per la messa in regola.
La stessa riforma in materia di servizi ispettivi – dlgs. 124/04
– ha comportato uno svilimento dei (pochi) servizi operanti sul
territorio e una riduzione drastica di ogni intervento
repressivo e punitivo in favore di funzioni conciliative
monocratiche (prive spesso di assistenza sindacale per il
lavoratore irregolare) e di funzioni di consulenza (senza
separazione dei ruoli tra i diversi addetti).
Una riforma che svilisce la funzione pubblica di controllo e
repressione, che minaccia l’indipendenza degli enti
previdenziali e assicurati. Che dà vita ad un rovesciamento
della stessa funzione pubblica a cui erano chiamati i pubblici
ufficiali.
Un concetto di funzione pubblica che , proprio per le
considerazioni a noi note sulle caratteristiche specifiche del
diritto del lavoro (basato su un rapporto asimmetrico in cui la
parte debole – il lavoratore – dovrebbe essere più tutelato),
così come ha tradotto ed espresso i principi costituzionali di
tutela del lavoratore, ha sempre visto anche nel rapporto
Amministrazione – cittadino/lavoratore lo strumento per una
maggiore giustizia e per il rispetto di regole bilanciate e
basate sull’esigenza di contropotere da riconoscere.
Infine l’abolizione della legge 1369/60 sull’intermediazione di
manodopera e la profonda manomissione che la nuova legislazione
sul mercato del lavoro attua in termini di riduzione delle
tutele all’interno dell’organizzazione produttiva (nuove norme
sul trasferimento di ramo d’azienda, sugli appalti e
sub-appalti, lavoro a chiamata, ecc.), rischiano di aumentare
possibili forme di elusione contrattuale e previdenziale.
Favorendo così, accanto al lavoro nero e al “grigio
tradizionale” la nascita di un universo di lavoro “elusivo”
(cioè caratterizzato da irregolarità nella tipologia
contrattuale, es. falsi co.co.co, falsi associati in
partecipazione, ecc.).
Gli stessi effetti di emersione “indiretta” che la nuova
legislazione in materia di lavoro (legge 30 e dlgs. 276/03)
avrebbe dovuto innescare, attraverso la riduzione del costo e
delle rigidità normative delle tipologie contrattuali, si sono
dimostrati inesistenti.
I dati Istat confermano e aggravano queste distorsioni .
L’occupazione cala proprio là dove secondo il governo le misure
adottate avrebbero dovuto rendere di più, tra le donne e nel
Mezzogiorno. Contemporaneamente anche la disoccupazione cala
perché le persone non si iscrivono più al collocamento
scoraggiate dalle possibilità prevalentemente precarie che offre
il M.d.L, rendendo anche così più concorrenziale l’area del
lavoro nero, sottopagato, sfruttato.
Come Cgil denunciammo subito tutti questi limiti le
contraddizioni ed i rischi connessi con una siffatta strategia,
Contemporaneamente predisponemmo una vera e propria piattaforma
di proposte alternative Proposte culminate nell’iniziativa
nazionale che si tenne nel dicembre del 2003 presso il Cnel..
Ho già detto dell’importante percorso che abbiamo compiuto
grazie ad un lavoro unitario.
Si tratta ora di rilanciare anche con le proposte, di questa
piattaforma In più occorrerà selezionare le priorità su cui
chiamare all’impegno non solo le forze sociali, ma anche le
istituzioni nazionali e locali.
Occorre prendere atto che politiche che puntino oggi solo alla
riduzione del costo del lavoro a danno dei lavoratori e ad una
drastica caduta dei livelli di legalità e di “attenzione
sociale” non sono solo lesive dei diritti di milioni di
lavoratori e imprenditori, ma rappresentano una risposta
inefficace ai problemi che abbiamo di fronte. La stessa politica
dei contratti di riallineamento, che pure rispetto agli scarsi
risultati della 383/01 ha segnato successi per qualità e
quantità imparagonabili, non è infatti più riproponibile. Non
solo per le numerose criticità che sono emerse durante
l’utilizzo di questo strumento, oramai anche legislativamente
irripetibile (visti i limiti posti dalla normativa europea), ma
anche e soprattutto perché alla fine non è intervenendo solo sul
costo del lavoro o sulla fuoriuscita eccezionale (e momentanea)
dai parametri che la legge e la contrattazione determinano che
si superano i limiti di un fenomeno strutturale e profondamente
legato ad un crisi più ampia del sistema produttivo italiano.
Occorre allora ragionare su un “percorso” di riforme ed
interventi che sanciscano quattro ben determinati livelli di
azione per quella che noi definiamo una vera e propria strategia
contro il lavoro nero:
• Passare dal concetto di emersione al concetto di
accompagnamento verso il consolidamento e la qualificazione,
selezionando i tessuti produttivi in grado di reggere
“l’emersione” e accompagnando gli altri lavoratori ed imprese in
nuovi settori e nuovi campi ;
• un nuovo sistema di relazioni con le PP.AA. e tra le imprese
in grado di permettere un circuito trasparente e legalitario
nella dinamica degli appalti, delle forniture, del franchising e
del distacco;
• una politica di presidio del territorio e di efficace
repressione verso quei soggetti che, nonostante politiche attive
e mirate, persistano nell’illegalità attraverso una profonda
riforma dei servizi ispettivi e il superamento di molte norme
contenute nel dlgs. 124/04;
• una politica ad ampio raggio che qualifichi al meglio il
sistema-paese, in termini di capacità produttiva, conoscenze,
ricerca, infrastrutture.
Per lo specifico dei 14 punti di proposta rinvio allora alla
piattaforma, qui voglio solo brevemente illustrare le principali
idee guida:
Innanzitutto voglio sottolineare una delle nuove “Idee” che oggi
vi consegniamo. Gli indici di congruità.
Si propone di generalizzare, attraverso un intervento normativo
specifico, un nuovo strumento di lettura e di verifica delle
reali prestazioni in essere all’interno delle imprese, che
definisca, per i principali settori ed opere - sul modello della
definizione e aggiornamento degli studi di settore, anche in
accordo con le parti sociali - gli INDICI DI CONGRUITA’ relativi
al rapporto tra quantità/qualità della prestazione (diretta o in
appalto) e quantità delle ore lavorate e del numero di
lavoratori (con range di oscillazione da determinare).
Indici presuntivi il cui rispetto rappresenti la principale
condizione per: orientare gli interventi ispettivi delle diverse
istituzioni; accedere a gare di appalto, concessioni, ecc.;
definire la genuinità dell’appalto stesso; godere di
qualsivoglia beneficio economico e normativo.
L’architettura generale della proposta si basa sul Fondo
nazionale per l’emersione
Si propone la costituzione, attraverso un intervento normativo
specifico, di un apposito fondo destinato:
• per una parte al sostegno dei piani locali di sistema contro
il sommerso;
• per la restante parte alla contribuzione, tramite INPS, dei
piani individuali dei lavoratori per la ricostruzione della
carriera previdenziale.
Un fondo – come vedrete nelle simulazioni allegate alla
piattaforma – in grado presto di auto alimentarsi e garantire
annualmente emersione.
Proponiamo come strumento operativo del fondo la definizione di
uno strumento di concertazione locale, piani locali per
l’emersione con funzione di raccordo anche con altri strumenti
eventualmente già disponibili.
Punto fondamentale è la legge quadro di riforma dei servizi
ispettivi.
Occorre un nuovo intervento quadro di riforma che cancelli le
norme del dlgs. 124/04 (si vedano anche le proposte della Cgil
presentate il 24/02/05 sul mercato del lavoro) nonché proceda a:
un potenziamento delle risorse finanziarie, tecnologiche e umane
dei diversi servizi ispettivi, un ampliamento dei controlli
amministrativi a monte sulle entrate; un potenziamento
dell’attività di vigilanza c.d. a vista; una razionalizzazione
del sistema sanzionatorio, la costituzione di una banca dati
unica sugli incentivi e le agevolazioni (comunitarie, nazionali
e locali) alle imprese, al fine di bloccare eventuali erogazioni
all’atto stesso della contestazione di irregolarità sia di
derivazione normativa che contrattuale o in base agli “indici di
congruità”; una riforma del processo di riscossione .
Proponiamo nuove norme per gli appalti.
A seguito della generalizzane per legge di “indici di
congruità”, includere il rispetto di tali indici (o comunque del
principio di esistenza di un rapporto tra quantità/qualità
dell’opera o prestazione e numero di lavoratori e quantità di
lavoro) nella definizione civilistica di genuinità dell’appalto,
Nel campo dei servizi si propone l’estensione di un meccanismo
simile al DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) che
attesti non solo i corretti versamenti dell’impresa appaltatrice
presso l’INPS e l’INAIL, ma anche il rispetto della clausola
sociale e dei CCNL, individuando in un soggetto terzo e pubblico
la sede per il rilascio dell’attestato.
Norme di solidarietà fiscale nei rapporti di fornitura e sub
fornitura proponendo un intervento legislativo che sancisca:
l’estensione del concetto di solidarietà fiscale, rispetto
all’intera filiera produttiva e all’intera area di impresa (così
come definita anche nella proposta di legge della CGIL
sull’estensione delle tutele); obbligatorietà per le imprese a
valle del ciclo produttivo, in sede di dichiarazione dei
fatturati, di presentare una certificazione di regolarità a cura
di INPS e INAIL , nonché una certificazione di rispetto degli”
indici di congruità” per l’intera filiera produttiva e una
clausola sociale nel contratto di franchising.
Si propone che come condizione necessaria al fine di stipulare
un contratto tra l’affialiante e l’affiliato, vi sia il
riconoscimento di una responsabilità comune in termini di
rispetto dei contratti collettivi nazionali di lavoro firmati
dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, delle
normative previdenziali e contributive e in materia di
sicurezza, subordinando al loro rispetto la stipula del
contratto stesso.
Proponiamo in attesa di una diversa impostazione del meccanismo
del distacco di mano d’opera da paesi extracomunitari nuove
norme sul distacco di lavoratori stranieri: l’appaltante deve
indicare nella richiesta di nulla osta al lavoro tutte le
località ove verrà svolta l’attività lavorativa; nella richiesta
l’appaltante deve comprovare l’esistenza o l’impegno da parte
dell’appaltatore alla costituzione di una struttura operante in
Italia dotata delle attrezzature necessarie e idonea
all’esercizio del potere organizzativo e direttivo; il datore di
lavoro estero deve sempre rispondere nei confronti dei propri
dipendenti in distacco in Italia, in solido con l’appaltante
entro il limite di un anno dalla cessazione dell’appalto;
qualora non esistano convenzioni in materia di sicurezza sociale
con il paese di provenienza dei lavoratori, gli stessi e
l’appaltante debbono essere assoggettati a tutta la legislazione
in materia vigente in Italia; nel caso esista una convenzione,
l’appaltante deve produrre idonea certificazione, rilasciata
dagli enti assicuratori e previdenziali esteri, attestante la
regolarità contributiva dell’appaltatore.
Nuove norme per l’agricoltura a partire dal fatto che per la
Cgil occorre: una normativa quadro che si sancisca come
l’accesso a tutti i benefici fiscali e previdenziali previsti
per il settore agricolo deve essere riconosciuto solo alle
imprese che applicano integralmente le leggi (comprese quelle
speciali sul collocamento) e i CCNL .
Nuovi meccanismi di incentivo economico alle imprese.
Occorre riorientare nel medio periodo gran parte degli incentivi
per le imprese – fatte salve ovviamente le caratteristiche
specifiche dei diversi settori – a forme di premialità per le
aziende che si muovono attraverso forme e modalità consortili o
di distretto; potenziare e reintrodurre leggi come la 488/92, la
449/97, la 133 del 1999; riformare e potenziare (anche
attraverso maggiori trasferimenti di risorse) gran parte delle
normative specifiche per l’incentivazione di esperienze
consortili (legge 317/91 e successive), soprattutto al Sud.
Infine così come siamo partiti da una proposta innovativa,
concludo con la norma contro il ricatto verso i lavoratori
clandestini.
Proponiamo che sia riconosciuto per legge un automatismo tra
denuncia della propria condizione di lavoratore a nero (e
relativo datore) e il rilascio di un permesso di soggiorno
temporaneo. Permesso cui validità sia riconosciuta fino ad
accertamento, con sentenza di merito del giudice o con atto
conciliatorio presso le DPL ai sensi dell’art. 410 del Codice di
Procedura Civile, del contestato, con relativa trasformazione in
permesso di soggiorno per lavoro (a seguito del mantenimento del
rapporto) o in permesso di soggiorno per ricerca di lavoro (in
caso di risoluzione del rapporto).
Idee e proposte su cui discutere ve ne sono molte. Non sono
queste proposte immutate e immutabili e contengono già un
importante patrimonio unitario. Sono il nostro contributo,
pronti a discutere con chi, come noi, sa che sul contrasto al
lavoro nero si gioca tanta parte del futuro del paese.
Sono però sicuro che si può fare di più. Aspettiamo risposte
programmatiche da chi si candida a governare, chiediamo alle
regioni un confronto di merito urgente col loro coordinamento
nazionale assieme a Cisl e Uil , ma soprattutto sono sicuro che
sapremo unitariamente svolgere un’iniziativa all’altezza di
questi problemi, costruire una piattaforma unitaria, decidere le
iniziative necessarie.
Però, siccome da un punto bisogna partire, il caso di Bari mi
sembra emblematico.
Qui c’è già una piattaforma unitaria, qui le condizioni del
confronto sono già possibili, vi è un nuovo governo della
regione. Da qui, dal Mezzogiorno è possibile mandare un
importante messaggio innovativo a tutto il paese.
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