Inizio

 

Riprogettare il paese

Lavoro, saperi, diritti, libertà

   

 

1. All’atto del XIV congresso la situazione del paese, della sua economia e quella del lavoro e dell’occupazione presentavano un quadro denso di difficoltà e problemi, ma anche di opportunità da cogliere.

E’ vero: un liberismo globale senza regole lasciava per intero intravedere i suoi rischi per quanto riguardava gli effetti della globalizzazione, la protezione dei diritti dei lavoratori, la possibilità di ricerca di accordi e regole fra nord e sud del mondo, in un quadro di un commercio più equo, ordinato e solidale.

 L’Europa, uscita dal periodo che aveva portato alla moneta unica, si esprimeva ancora con una impostazione alta di politica economica e sociale, quella definita dagli obiettivi dell’agenda di Lisbona, tra problemi e speranza si accingeva a misurarsi alla definizione di quello che sarebbe poi diventato il Trattato costituzionale.  

L’Italia nell’anno di maggiore sviluppo di commercio internazionale (il 2000) cresceva meno degli altri paesi, continuava a perdere quote del commercio mondiale, ma comunque registrava una crescita del Pil del 3%. Al quale seguiva un anno in cui la crescita si attestava all’1,7%. 

La coalizione di centrodestra aveva vinto le elezioni nel 2001, sostenuta da un patto esplicito con la Confindustria, simboleggiato dal convegno di Parma, e stava attivando i primi provvedimenti di politica economica e sociale: quelli tesi a ridurre ogni vincolo per l’impresa; quelli che portavano un attacco esplicito ai diritti dei lavoratori, con l’intervento sull’articolo 18; l’attacco alla scuola; e l’avvio di provvedimenti, quelli dei cento giorni e la prima finanziaria, tanto inefficaci quanto dissipatori di risorse e pieni di iniquità.

 A distanza di quattro anni, la situazione del paese si presenta oggi con il volto di una crisi profonda: dissesto produttivo ed industriale; recessione; carenza di infrastrutture materiali e immateriali; assenza di politiche e di strategie verso il Mezzogiorno; arretramento nella qualità della scuola, della ricerca e dell’università; una politica sociale che, senza affrontare i problemi dell’efficienza e della qualità dell’offerta pubblica, attraverso una sistematica politica di riduzione delle risorse, ha teso a colpirne il carattere universalistico e ha finito per privilegiare un’offerta privata di bassa qualità e di alti costi, senza attenzione verso le crescenti aree della povertà, del disagio, della emarginazione. 

E’ aumentata la precarietà, sono nate nuove forme di lavoro che non offrono ai giovani alcuna garanzia per il loro futuro né sulla qualità dell’occupazione né sui livelli retributivi.

 L’Italia è oggi insieme un paese più disgregato, più diviso, più insicuro dal punto di vista economico, di quello sociale, del segno e del profilo della qualità della vita democratica e dell’etica pubblica. Un paese dove sono aumentate le disuguaglianze e l’impoverimento di ampi strati sociali fra cui i giovani, le donne e gli anziani. Un paese dove la criminalità organizzata ha rialzato la testa e le illegalità crescono.

Oramai come è evidente a tutti, anche a coloro che hanno tentato fino all’ultimo di nascondere la verità dei processi e della situazione, e di raffigurare un paese ideale non corrispondente al vero, l’Italia si presenta come il grande malato dell’Europa, per le proprie condizioni materiali e per quelle – in un rapporto di causa – effetto – in cui versano giovani, lavoratori e pensionati.

 Il XV congresso della Cgil vuole misurasi, innanzitutto, con la gravità e la profondità della crisi del paese, nell’obiettivo e nella necessità di definire una proposta e un progetto per la sua ricostruzione, per la sua rinascita civile e morale, partendo, come giusto e doveroso per una grande forza di rappresentanza del lavoro, dalla centralità del valore del lavoro.

 E’importante richiamarsi alla centralità del valore del lavoro non solo come portato della nostra rappresentanza, ma indicandolo come valore di riferimento per l’intera organizzazione sociale, intendendo il lavoro in tutte le sue forme, in alternativa alla centralità del mercato, ridando forza – in questo modo – al concetto di “Repubblica fondata sul lavoro” come tratto distintivo della nostra comunità nazionale. Il lavoro e la conoscenza devono diventare il bene comune che orienta una nuova e diversa fase dello sviluppo economico e produttivo.

  

La globalizzazione e il ruolo dell’Europa

 2. Una proposta di questa importanza non avrebbe fiato se non dovesse prevalere a livello europeo e globale un’idea di sviluppo che assuma come profilo la qualità e come limiti invalicabili i diritti umani, del lavoro e la sostenibilità ambientale.

Al contrario l’enormità delle differenze tra Nord e Sud del mondo si avvia alla ingovernabilità politica, mentre la sostenibilità ambientale è già al limite e di per sé richiederebbe di rivisitare il senso di uno sviluppo che espone l’umanità a crescenti rischi e problemi.

 Anche nei paesi economicamente avanzati crescono precarietà sociale e insicurezza come risultato dell’impoverimento del lavoro dipendente.

Siamo convinti che le nuove interdipendenze e differenze rischiano di trasformarsi in conflitti esasperati, tra paesi, continenti, lavoratrici e lavoratori, se non in vera propria acqua di coltura di terrorismo e guerra, se non vengono ricomposte in primo luogo sulla base del riconoscimento reciproco, principio di laicità democratica.

 In secondo luogo se non si svela il fallimento, testimoniato da tutti gli indicatori di povertà e malessere nel mondo, della cultura politica liberista, veicolata attraverso le scelte concrete di Banca Mondiale, FMI, WTO e le multinazionali, che trova ancoraggio fondamentale nella soggezione del lavoro e delle forme della sua rappresentanza, attraverso la negazione della soggettività dell’uno e delle altre.  

La strada da percorrere non può essere soltanto quella, pur importante se correttamente intesa, delle clausole sociali e ambientali nel commercio internazionale. Occorre che la rappresentanza sociale contribuisca a progettare e costruire un diverso modello di sviluppo e di globalizzazione, agendo per le vie che le sono proprie, la contrattazione collettiva nazionale e transnazionale nelle imprese nazionali e transnazionali, recuperando attraverso questa via soggettività, protagonismo e ruolo in processi che sembrano negarli.

Dalla capacità di sostenere questa sfida passa la possibilità di arginare un senso comune pervasivo che, di fronte alle tante insicurezze determinate dalla globalizzazione senza regole, sceglie la rassicurante e peraltro illusoria certezza delle identità giocate contro altre identità, delle chiusure, dei nuovi nazionalismi e integralismi sostenuti dai conflitti tra le culture, degli antichi e nuovi protezionismi.

 3. D’altra parte l’esperienza dei paesi scandinavi dimostra che equità, giustizia sociale, protezione sociale, rispetto dell’ambiente possano essere volano di sviluppo e al contempo suoi limiti positivi scientemente praticati; le politiche pubbliche gli strumenti necessari per realizzarli: quella cultura politica, che è alla base di ciò che si intende per “modello sociale europeo”, oggi segna il passo anche in Europa sotto i colpi della congiuntura economica.

 Al contrario l’Europa può fare molto su tutti i terreni decisivi per il futuro della Comunità Internazionale, se sarà in grado di andare avanti nella costruzione della propria dimensione politica e istituzionale, valorizzando e non cancellando, come pure sta avvenendo diffusamente a livello comunitario e nei singoli paesi, le caratteristiche del proprio modello sociale.

Il giudizio che abbiamo dato dall’inizio sul Trattato Costituzionale firmato il 29 ottobre del 2004 a Roma, ha utilizzato una chiave di lettura positiva, ma non semplicistica e che ne coglieva anche i limiti. Abbiamo valorizzato l’aspetto più positivo, l’inclusione della Carta di Nizza che definisce il profilo della cittadinanza europea come unione indivisibile di diritti civili e sociali. Non abbiamo però mai taciuto le contraddizioni ed i limiti del Trattato: l’assenza del ripudio della guerra; della cittadinanza di residenza per gli immigrati per favorire quei decisivi processi di convivenza e integrazione la cui centralità riemerge tragicamente e quotidianamente; quella terza parte che rischia di negare le affermazioni della Carta di Nizza. D’altra parte non tacere le contraddizioni aveva e ha il senso di tenere aperta una prospettiva di miglioramento, delineando i binari del percorso futuro, costruendo alleanze nella società per recuperare deficit democratico, calo di consenso tra i cittadini e partecipazione democratica.

 Il voto negativo che ha accompagnato significativi referendum di recepimento del Trattato stesso rivela molti problemi e ne nasconde di significativi. Rivela il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro in molti paesi europei veicolato da scelte sbagliate di governi e imprese, scelte addossate a Bruxelles e lontane dalla strategia di Lisbona, inaccettabili arretramenti come la Direttiva Bolkestein, e nasconde al contempo tentazioni nazionaliste di uscita dalla congiuntura internazionale. Ma l’interrogativo aperto oggi di fronte alla politica progressista e al sindacato dei singoli paesi europei e al sindacato europeo stesso, è come nell’erosione degli stati nazionali, ambiti nei quali erano state scritte e agite le norme costituzionali sociali del lavoro, sia possibile ricostruire a livello sovranazionale quella stessa qualità democratica come vera risposta, importante anche se parziale, all’allargamento come dumping sociale.

Perché in un mondo definitivamente interdipendente i diritti si difendono soltanto se si estendono.

 Abbiamo bisogno di un passo avanti per uscire dalla contraddizione in cui ci troviamo: una Europa il cui spazio di mercato è sempre più grande, la moneta sempre più sovrana, e la dimensione politica arranca, insieme alla cultura politica e alla vocazione europea. Il futuro del modello sociale europeo è legato alla dimensione politica dell’Europa: non c’è modello sociale europeo se non c’è l’Europa, non c’è l’Europa se non c’è una Costituzione che la definisca politicamente. Abbiamo la consapevolezza che il sindacato europeo debba giocare un ruolo forte nel riproporre l’Europa sociale come prospettiva decisiva, la prospettiva cioè di un soggetto politico, distinto da altri in virtù del proprio modello sociale e per questo capace di favorire una globalizzazione equa, sviluppo sostenibile e pace nel mondo. Una Europa in grado, anche per questo, di contrastare la visione di una logica e di un potere unilaterale nel governo mondiale.

4. La Cgil ha avuto e ha un ruolo molto importante nel movimento della pace, che ha attraversato in questi anni l’Europa e il mondo.

 

Abbiamo sempre legato il nostro impegno al nesso tra affermazione della pace, ripudio della guerra, tanto più nel principio della guerra preventiva - affermata come teoria geopolitica unilaterale dell’amministrazione repubblicana degli Stati Uniti - e possibilità di difesa, promozione, estensione dei diritti del lavoro e dell’ambiente, tra pace dunque e possibilità di sviluppo sostenibile in Italia, in Europa, nel mondo.

Per questo abbiamo definito la pace come strategia razionale di sopravvivenza di un mondo globale interdipendente e su questo abbiamo costruito gli assi della nostra politica internazionale e fondato giudizi, iniziative, mobilitazioni, attraverso una crescita costante di cultura e sensibilità, spese nel riaffermare in maniera nettissima il valore dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

 

Abbiamo avuto e abbiamo chiaro che la dimensione internazionale è oggi il banco di prova della rappresentanza sociale e politica, e che difesa e promozione di ciò che s’intende per modello sociale europeo, alternativo al “modello liberista”, è la condizione necessaria per proporre equità, solidarietà, diritti umani e del lavoro come perno dell’organizzazione sociale a livello globale, e che ciò ha a che fare con la riforma delle istituzioni internazionali, non solo quelle politiche ma anche e soprattutto quelle economiche in modo che queste ultime non contraddicano i buoni propositi delle prime.

 

E ancora che la cancellazione del lavoro, del suo valore della gerarchia dei valori sociali, nel Nord ricco e nel Sud povero del mondo, come dimostrano i dati OIL nell’indagine sul reddito da lavoro in ogni parte del mondo, e quelli ancora più recenti sulle nuove schiavitù è il punto fondamentale su cui si fonda la globalizzazione senza regole.

 

Abbiamo chiaro che il ripudio della violenza e del terrorismo, nel nome dell’integrità e della dignità di ogni vita umana, è impegno fondamentale del sindacato. Il terrorismo, che non ha mai giustificazione alcuna, riesce peraltro facilmente ad attecchire tra miseria, povertà, guerra, in aumento e non in riduzione oggi nel mondo. Ci è altrettanto chiaro che la convivenza e il dialogo tra culture è la vera risposta all’insicurezza e allo scontro di civiltà.

 

L’ultimo terribile attentato terroristico di Londra, dopo quelli dell’11 settembre e di Madrid, e non soltanto nel cuore di ciò che si intende per occidente, dà ancora una volta il segno della gravità e forza di questo fenomeno. Bandire ogni forma di violenza, affermare un’altra e contrapposta idea dei rapporti umani, politici e civili è per la Cgil impegno solenne e indiscutibile.

 

Un paese sempre più in crisi

 

5. Non tutte le cause ed i problemi che affliggono il sistema produttivo italiano, i ritardi nelle politiche di riforma, la situazione dei conti pubblici, la qualità del nostro sistema di welfare e il suo carattere davvero inclusivo sono ovviamente riconducibili alle politiche del governo di centrodestra e a questa legislatura. Ma, se si guarda con attenzione alla situazione del paese di quattro anni fa e alla condizione odierna e si compie una verifica attenta delle scelte e delle politiche compiute dal governo, emergono in maniera assolutamente esplicita e incontrovertibile le grandi responsabilità ed i grandi errori che sono stati compiuti. Fino ad identificare la gravità di questa crisi con il fallimento delle politiche del governo di Silvio Berlusconi.

 

Ad un paese che nel 2001 mostrava già segnali di rallentamento della produzione e della crescita e che vedeva diminuite le proprie quote nel commercio mondiale, non aveva alcun senso prospettare la possibilità - a breve - di un nuovo miracolo economico e una fase di un turbo – sviluppo, come, nell’ordine, il presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia, il Presidente di Confindustria e il governatore della Banca d’Italia irresponsabilmente fecero fra il 2001 e il 2002.

 

Un’economia, che già segnalava l’affanno degli investimenti produttivi e della bassa crescita della produttività – a differenza di quello che avveniva in Francia e Germania -, andava fin da allora sostenuta con politiche di incentivazione e una cultura attenta al profilo della crisi industriale e all’intervento sui fattori della produzione e la bassa qualità dell’offerta di beni e servizi. 

 

Il governo, invece, a partire dall’eliminazione dell’imposta di successione sui grandi patrimoni, finiva per sostenere una politica ed una cultura di segno opposto, tesa a difendere le posizioni della rendita ed i vantaggi patrimoniali acquisiti.

 

Nel Mezzogiorno del paese e in tutte le aree con problemi di sviluppo che, dopo anni di risveglio significativo, cominciavano a mostrare segni di rallentamento, il governo operava la più irresponsabile scelta che si poteva compiere: azzerare tutte le politiche e gli strumenti che avevano funzionato; si preparava a cambiare quattro volte in quattro anni normative e procedure per il sostegno agli investimenti.

L’ingresso della moneta unica, l’euro, determinava, negli stessi mesi, una visibile speculazione sul fronte del rialzo dei prezzi, attaccando e indebolendo ulteriormente la capacità di spesa dei redditi da lavoro e da pensione. Il governo di centrodestra non interveniva come sarebbe stato necessario, ma sceglieva esplicitamente di lasciare correre i fenomeni speculativi, contando su un tasso di inflazione più alto per riequilibrare i saldi dei conti pubblici e stimolare per questa via illusoria lo sviluppo. In realtà in questo modo il governo finiva però – invece – per concentrare ricchezze e profitti su una parte sola del paese, favorendo il capitale finanziario e la rendita speculativa.

 

Di fronte ad una condizione del lavoro, che il rallentamento dell’economia e il quadro della globalizzazione senza regole avrebbe portato verso una crescente instabilità dell’occupazione e della precarietà del lavoro, il governo sceglieva di operare con l’intervento sull’articolo 18 e poi con la legge 30 un’azione di destabilizzazione del mercato del lavoro con l’obiettivo di rendere più deboli le tutele e la funzione della contrattazione collettiva. E con la legge Bossi Fini faceva proprie tutte le paure e le spinte irrazionali nei confronti del fenomeno dell’immigrazione, arrivando a inaccettabili politiche di “accoglienza” e spesso a forme e atti privi di qualsiasi rispetto verso il valore della vita umana e della sua dignità; e riproponendo, nei fatti, una concezione di un diritto duale che disconosce ai migranti fondamentali diritti di cittadinanza. Insieme, con le leggi del Ministro Moratti, il governo consolidava l’idea di una scuola che separa le persone ed i loro percorsi sulla base delle condizioni del nucleo familiare e cancellava le più significative conquiste degli ultimi decenni; tempo pieno, innalzamento obbligo scolastico, primato della scuola pubblica.

 

Non a caso queste scelte si sarebbero poi definite nel tentativo di negare –nei fatti - il riconoscimento del ruolo e della funzione del sindacato e del ruolo delle rappresentanze sociali. Prima cercando di dividere le organizzazioni sindacali, poi tentando di sminuirne forza e autorevolezza negoziale.

Questo disegno veniva intrecciandosi strettamente con l’abbandono di una cultura delle regole, con il rifiuto di rispettare il ruolo delle istituzioni indipendenti e della funzione delle autonomie locali, con una politica legislativa in cui i conflitti di interesse e gli interessi di parte finivano per diventarne il segno distintivo.

 

Insieme, la maggioranza dava vita ad un progetto di controriforma costituzionale che invece di portare a conclusione in maniera condivisa il quadro della infinta transizione istituzionale dell’Italia, interveniva in maniera esplicita sull’alterazione dei delicati meccanismi fra gli equilibri degli organi costituzionali del paese, e su una scelta di devoluzione che finiva per ingigantire i problemi, pure presenti nell’ attuazione della riforma del Titolo V della Costituzione.

 

Infine, in un quadro europeo ed internazionale segnato dall’incapacità di costruire un profilo di governance e di riforma multilaterale delle istituzioni, il governo di centrodestra finiva per isolarsi in Europa, perdere credibilità verso gli osservatori ed i mercati internazionali; e con la decisione di portare le proprie truppe nel territorio iracheno, seguito all’ambiguità tenuta di fronte all’intervento armato, rompeva con una decennale tradizione di equilibrio e di attenzione vero il mondo islamico, allontanandosi dalle scelte compiute – negli stessi mesi – dai governi francese e tedesco, tradizionali punti di riferimento della comune solidarietà europea.

La cultura diffusa della rottura della solidarietà e della coesione sociale, l’ampliamento della illegalità e della prevaricazione – anche con l’allentamento della prevenzione e dei controlli pubblici - ha indebolito il tessuto sociale, accentuando la solitudine e l’abbandono dei soggetti più deboli, colpendo tra tutti il diritto reale al lavoro delle persone con disabilità. Il clima generale di difficoltà, incertezza, sfiducia nel futuro condiziona pesantemente la vita e le scelte personali e collettive, quelle dei consumi e quelle degli investimenti.

 

Con particolare determinazione, questo governo ha proceduto con politiche e azioni particolarmente penalizzanti per le donne: la precarizzazione del lavoro dei giovani e in modo particolare delle giovani, l’alta concentrazione di lavoro femminile in settori fortemente esposti alla concorrenza internazionale e/o caratterizzati da prestazioni dequalificate e a basso reddito, la progressiva riduzione della qualità e della quantità dello stato sociale, fino al suo progressivo, e programmato, smantellamento, hanno ricreato un clima di irrigidimento dei ruoli, nuove forme di ghettizzazione delle donne, attraverso una visione familistica dell’organizzazione sociale, che la storia e le battaglie politiche, sociali, culturali avevano messo profondamente in discussione.

 

 

6. A tali esplicite responsabilità ed errori, concorreva in maniera diretta la direzione della Confindustria, che finiva incautamente per sostenere quelle scelte di politica economica, che avrebbero poi portato al tracollo produttivo degli ultimi anni, e al sostanziale arresto dello sviluppo nel Mezzogiorno.

 

E’ evidente oggi la grande responsabilità che il sistema delle imprese ebbe in quel frangente. Disse SI all’intervento sull’articolo 18, SI agli interventi che rafforzavano rendite e patrimoni, SI a quei cambiamenti che avrebbero penalizzato il Mezzogiorno, SI a provvedimenti su previdenza, salute, sicurezza e ambiente, SI al disegno di isolare e di umiliare le posizioni della Cgil. Correttamente, d’altra parte, occorre dire che di questo non porta la responsabilità solo il vertice della Confindustria di allora, ma più in generale il mondo dell’impresa, chiusa nella preoccupazione che tendeva a scaricare sui diritti e sui costi i problemi che si vedevano arrivare. Finiva così per prevalere l’esistenza, quindi, di una cultura che era portata a scambiare le cause con gli effetti, senza interrogarsi fino in fondo sulle responsabilità che le imprese italiane avevano avuto nel gettare al vento le opportunità successive alla grande svalutazione della lira del 1992.

 

La nuova direzione della Confindustria ha rappresentato per le imprese il tentativo di uscire da questo bilancio fallimentare e dal clima di scontro sociale che aveva alimentato, contro la Cgil, e che aveva determinato la firma del contratto separato, contro la Fiom.

 

Tale tentativo che ha consentito un dialogo reciprocamente fondato sul rispetto, il raggiungimento di accordi importanti con Cgil, Cisl e Uil in materia di politiche di sviluppo, di formazione e ricerca, sul Mezzogiorno, ed una grande capacità di accordi territoriali che hanno riguardato tutto il paese, ha dovuto tuttavia fare i conti con le difficoltà di un mondo imprenditoriale, colpito dalla profondità e dalla durata della crisi, non sostenuto da politiche pubbliche realmente efficaci. Tutto questo da un lato ha paralizzato la possibilità di fare avanzare i contenuti degli accordi sottoscritti, anche di fronte ad una scelta del governo che non li ha saputi né voluti recepire, e dall’altro ha determinato un irrigidimento dei comportamenti del sistema delle imprese ai tavoli dei confronti contrattuali aperti, frutto insieme di una scelta che sembra ostinarsi a muovere su una linea sbagliata e arretrata, con il rischio di ripetere gli errori del passato.

 

D’altra parte, le ultime vicende del capitalismo italiano, i tentativi di scalata al sistema bancario, per il controllo dei gruppi editoriali, sono espressione di un profondo rivolgimento degli assetti e degli equilibri di potere.

Sembrano premiati da queste scelte settori e aziende che si sono affermati a partire dall’uso della rendita fondiaria e immobiliare, a scapito dei settori industriali e manifatturieri esposti alla concorrenza internazionale. Questa è la conferma di una doppia patologia: il nostro capitale di rischio, quando può, tende ad orientarsi verso monopoli protetti, con profitti garantiti. In altri casi usa la leva dell’indebitamento per favorire scalate e posizioni di comando, finendo per accapigliarsi per aree di business economico sempre più asfittiche e sempre più ristrette, ma contemporaneamente ad alto tasso di redditività.

 

In questo contesto, una politica di investimenti tesa all’innovazione dei prodotti e dei processi, alla ricerca e sviluppo, alla scelta dei nuovi mercati, alla crescita dimensionale delle imprese incontra la sua prima resistenza proprio in una parte importante della cultura dell’imprenditoria e della finanza.

 

Non vanno comunque sottaciuti gli sforzi e le politiche di segno contrario che in un’altra parte dell’impresa italiana cercano di affermarsi. A questa parte del mondo imprenditoriale, che chiede rispetto delle regole e della trasparenza del mercato, che pone per la prima volta in maniera inedita e interessante il passaggio da una cultura legata alla rendita ad una legata agli investimenti e alle attività produttive, la Cgil guarda con interesse, nella convinzione che - al di là della differenza negli interessi rappresentati - con queste imprese è possibile un confronto su comuni obiettivi di cambiamento e di diversa politica economica.

 

La sfida che la Cgil lancia alla Confindustria attiene alla individuazione di un modello di sviluppo fondato sulla qualità dei fattori e diversamente orientato, attraverso cui ricostruire, in un percorso corretto, le condizioni della produttività e della competitività e della responsabilità sociale delle imprese.

 

Valorizzazione della risorsa lavoro, investimenti su e nei saperi, sostegno all’offerta anche attraverso politiche pubbliche mirate e selettive, sono gli assi di una strategia fortemente alternativa alla scelta di una competitività fondata sulla riduzione dei costi, su un’offerta marginale e dequalificata, sulla riduzione dei diritti e la precarizzazione del lavoro.

 

 

Il ruolo della Cgil

 

7. Di fronte al precipitare della crisi ed ai tentativi messi in campo per ridurre il peso ed il ruolo dei diritti dei lavoratori, per minare la coesione sociale e operare vere e proprie controriforme, il XV congresso riconosce la straordinaria capacità che hanno avuto la Cgil, i suoi iscritti, i suoi militanti, i suoi quadri, nel sostenere un profilo di analisi, di critiche, di proposte, di mobilitazione e di lotta, in grado di corrispondere alla dinamica vera dei processi reali, consentendo così di tenere aperta la strada del cambiamento e dell’alternativa alle politiche fallimentari del governo di centrodestra.

 

Prima di chiunque altro, la Cgil ha colto per tempo la dimensione interna dei processi di globalizzazione mondiale e dei rischi che avrebbe portato. E prima di altri, con lo sciopero del febbraio del 2003, indicò con nettezza al paese quello che appariva allora il rischio del declino industriale, indicando nel contempo proposte, impostazioni di politica economica e nodi da risolvere per evitarne le conseguenze.

 

In questi anni la Cgil è stata uno dei soggetti determinanti per la difesa dei diritti del lavoro e della cittadinanza, per contrastare la precarietà, per impedire l’attuazione di riforme sbagliate nel campo della previdenza, della prevenzione, delle politiche di accoglienza, della formazione, della scuola e dell’università. Qui ha saputo costruire il più duraturo e importante schieramento sociale che ha attraversato tutto il paese, che ha visto giovani, insegnati, studenti e ricercatori mobilitarsi unitariamente nel nome della difesa dell’istruzione pubblica e della qualità dell’offerta formativa, contro le leggi Moratti.

Il 23 marzo ha segnato per il paese la più alta e straordinaria manifestazione della soggettività politica del lavoro e della sua centralità sociale. Per la Cgil è fondamentale tenere alte anche per il futuro le due grandi questioni di quella giornata. La difesa dei diritti e il legame fra questi e la libertà. E’ stata proprio la convinzione della centralità dei diritti come fondamento della libertà di tutti a rappresentare il valore simbolico e civile di un messaggio e di un impegno che ha saputo legare generazioni diverse, condizioni sociali e di reddito spesso distanti e unificare persone e interessi nel nome di un valore condiviso.

 

Lo stesso impegno, la Cgil, lo ha speso in difesa del rapporto fra la libertà informazione ed i più profondi valori della democrazia, opponendosi alle leggi su misura e difendendo il pluralismo dell’informazione, la libertà dell’informazione e il ruolo del servizio pubblico. La stessa cosa è avvenuta sui temi della giustizia e della legalità.

 

In queste scelte ed in queste iniziative, le donne e gli uomini della Cgil hanno incontrato tanti altre donne e tanti altri uomini. Quelli presenti nei movimenti, nei social forum – tra cui quello europeo di Firenze - i giovani, tra cui tanti cattolici, impegnati nel volontariato e nell’azione sociale e hanno lavorato per la costruzione di uno spazio sociale aperto, senza barriere ideologiche, muri religiosi o ostacoli al dialogo interculturale, i quali spesso sono stati frapposti da altri. Lo abbiamo fatto convinti della rilevanza politica della partecipazione civile, per realizzare quella qualità della democrazia cui aspiriamo; con la stessa convinzione che sta alla base della scelta di promuovere e sostenere l’Auser.

 

Dopo le dure divisioni precedenti e seguenti al patto per l’Italia e all’accordo separato nei meccanici, la Cgil – giustamente-  ha ricercato nei limiti del possibile e del giusto, la ripresa di una ricerca e di una iniziativa unitaria con Cisl e Uil, nella coscienza che l’unità del sindacalismo confederale nelle condizioni di crisi e disgregazione del paese può – se legata a contenuti condivisi e iniziative efficaci di azione- rappresentare un punto di riferimento più largo e più forte alle domande di cambiamento e di rappresentanza.

La Cgil ha fatto proprie scelte e mobilitazioni importanti per la democrazia di tutti: quali la difesa della laicità dello Stato, la partecipazione democratica alle scelte collettive e, insieme con Cisl e Uil, si è battuta contro la revisione costituzionale, fino ad annunciare con chiarezza il suo NO all’eventuale referendum confermativo.

 

Si deve alla Cgil anche la ripresa dell’iniziativa e dell’attenzione attorno ai temi della legalità e della sicurezza. La decisione unitaria di celebrare il 1 maggio del 2005 nel quartiere di Scampia ha voluto rappresentare il simbolo di una scelta che vede impegnate tutte le nostre strutture, in tutto il paese, a sostegno delle denunce di ogni illegalità, contro ogni abbassamento nella tensione della lotta verso la criminalità organizzata e il brodo di cultura di cui si nutre, verso ogni compiacenza e collusione.

Il XV congresso della Cgil esprime tutto il proprio apprezzamento per il coraggio che molti delegati ed iscritti della Cgil dimostrano quotidianamente nel denunciare fenomeni illegali, nel contrastarli, assumendosi spesso rischi in prima persona.

 

Infine, sia pure fra le difficoltà per il rallentamento dell’economia, le scelte del governo e le posizioni del sistema delle imprese, la Cgil si è battuta per la difesa e la qualificazione delle politiche contrattuali, a partire dall’affermazione forte del valore del contratto collettivo nazionale di lavoro e dalla sovranità contrattuale del sindacato, sia nei settori privati che in quelli pubblici. Anche in questo campo, quando si leggeranno meglio i raffronti e si potrà tirare un bilancio verificato dell’azione contrattuale, si potrà apprezzare per intero il valore di questo impegno. Di fronte ai nuovi processi produttivi, tecnologici e di mercato, ai mutamenti nelle condizioni di lavoro, alle modifiche normative intervenute, l’impegno verso una più forte contrattualizzazione del rapporto di lavoro, una più rigorosa scelta di unificazione e ricomposizione di cicli produttivi e tutele, l’estensione della contrattazione sociale su base territoriale rappresentano per la Cgil obiettivi complementari per dare forza e prospettiva al disegno di una rinnovata stagione di politica rivendicativa e contrattuale; e postulano la necessità di una riflessione – già avviata da diverse strutture regionali e territoriali – sulla riforma dei profili organizzativi.

 

 

Una proposta e un progetto alto

 

8. Proprio la coerenza e l’autorevolezza del proprio ruolo e la capacità avuta nell’individuare, prima di altri, il progressivo decadimento del paese, mettono oggi la Cgil nella condizione di chiedere un forte, deciso e radicale cambiamento.

 

Per questo la Cgil si rivolge da un lato alle forze politiche e dall’altro alle altre confederazioni sindacali, alle autonomie locali, al sistema delle imprese, a tutti i soggetti della rappresentanza sociale perché condividano questa esigenza e favoriscano una politica di cambiamento.

 

L’Italia è davvero giunta ad un bivio: se non si cambiano le scelte, i valori e le priorità, il paese finirà davvero per allontanarsi dall’Europa e precipitare in una crisi senza soluzione.

 

Il XV congresso della Cgil indica il bisogno di un progetto alto, fatto di valori, scelte, contenuti, obiettivi e strumenti, determinazioni e passione civile per la ricostruzione e la rinascita dell’Italia.

 

Questo vuol dire, innanzitutto, determinare le condizioni per riscrivere il patto della cittadinanza, le basi sociali dei diritti e dei doveri, il profilo di una nuova etica e responsabilità pubblica, una pratica di democrazia partecipata, il ripristino di una cultura delle regole e del rispetto delle prerogative istituzionali di ognuno.

 

Un progetto di cambiamento come questo richiede – per l’appunto – non operazioni di cosmesi o di aggiustamento delle scelte compiute dal governo di centrodestra, ma il bisogno di un cambiamento profondo, fondato su alcuni assi fondamentali:

  •   la centralità del lavoro e la sua qualità;

  •   l’obiettivo di una via alta allo sviluppo, fondata sulla conoscenza, l’innovazione, la formazione, la sostenibilità, spostando gli investimenti dalla rendita alla innovazione e ricerca di prodotto;

  • una programmazione democratica e partecipata dello sviluppo, nel quadro di un rafforzamento del welfare, inteso esso stesso come fattore di sviluppo e di redisrtibuzione, e di una politica fiscale diversamente orientata ;

  • il rilancio della centralità del Mezzogiorno, da cui ripartire per un nuovo sviluppo produttivo, occupazionale e sociale;

  • un ruolo di nuovo forte dei soggetti della rappresentanza sociale, e tra questi del sindacato e della Cgil, che sapranno essere, nella propria autonomia, all’altezza dei problemi posti da queste politiche di trasformazione.

  

9. Il primo obiettivo di una politica di cambiamento deve essere la lotta alla precarietà del lavoro che, per le sue dimensioni, le sue conseguenze sociali, è oggi la piaga più insostenibile della condizione di molte lavoratrici e molti lavoratori e finisce per permeare di sé la dimensione sociale della precarietà, a partire dalla condizione dei giovani, e di una intera generazione.

 

La Cgil ritiene fondamentale accompagnare uno straordinario e graduale processo di riconversione economica e produttiva con una politica di solida e stabile occupazione. Un lavoro dotato di diritti e tutele, anche dentro la copertura del contratto nazionale, è fattore di competitività nel modello economico, produttivo e sociale di un’Italia e un’Europa che connotano – anche in questo – il profilo della propria identità. Solo questa prospettiva può ridurre ed eliminare le forme di precarietà per i giovani, per gli anziani, per i tanti lavoratori migranti, costretti a vivere spesso in condizioni di forzata illegalità. E per impedire che sulla condizione femminile si scarichino insieme gli effetti della crisi industriale, le scelte sbagliate nel campo del welfare e la totale assenza di ogni politica tesa a conciliare tempi di vita e tempi di lavoro.

 

Le caratteristiche stesse della crisi e delle trasformazioni espongono la condizione delle donne oggi e per il futuro a due rischi che vanno invece prevenuti: una crescente collocazione verso le fasce di lavoro domestico e di cura, un’accentuata debolezza nei settori a più estesa concorrenza internazionale.

 

La stessa ampiezza progressiva della crisi industriale e produttiva, i fenomeni di delocalizzazione, i trasferimenti di produzione nei paesi di più basso costo e minori diritti, rende necessaria una politica di sistema che ne anticipi e ne corregga le tendenze. Occorre rivendicare la piena applicazione dell’articolo 41 della Costituzione che lega la responsabilità d’impresa a quella sociale, intervenire sui problemi aperti a livello internazionale, definendo un compiuto quadro di riforma degli ammortizzatori sociali, di estensione dei diritti del lavoro, di scelte fiscali in grado di premiare le corrette scelte aziendali e di colpire quelle sbagliate.

Fa parte integrante di questa battaglia contro la precarietà l’intervento per prevenire infortuni e incidenti nel lavoro, che espongono oggi la condizione dei lavoratori nel nostro paese ad una insopportabile esposizione ai fattori di rischio e di nocività. E l’impegno per ridefinire totalmente nuove e alternative proposte per le politiche di accoglienza e di inserimento per i lavoratori migranti.

 

 

10. La crisi industriale presente, il bisogno di cambiare qualità delle specializzazioni produttive, l’esigenza di favorire politiche di sostegno alla ricerca, all’innovazione, alla crescita dimensionale delle imprese, raccordandosi con le scelte di politica industriale e di sviluppo dei più grandi paesi dell’Unione Europea, pone l’esigenza di un vero e proprio progetto per la ricostruzione delle basi produttive, delle infrastrutture materiali e immateriali e dei servizi del paese.

 

L’obiettivo di rafforzare una logica di sistema del paese, di fronte alle debolezze del sistema industriale, riposa su un ruolo dell’attore pubblico e dell’efficienza di mercato che sappia orientarsi verso la qualità dell’offerta e con contenuti tecnologici sempre più alti, che solo una programmazione democratica della crescita e dello sviluppo sono in condizione oggi di determinare. Senza questa politica è anche illusorio pensare di ridurre la distanza che separa le aree a reddito più elevato da quelle con reddito più basso. E le stesse potenzialità di sviluppo del Mezzogiorno verrebbero estremamente compromesse.

Questo obiettivo primario va sostenuto da un’esplicita volontà politica, da un quadro di strumenti adeguati e da un metodo fortemente partecipato.

 

Un progetto dal profilo così alto richiede innanzitutto una disponibilità di risorse finanziarie da indirizzare verso investimenti e fattori di crescita, a partire da quelli immateriali; e un intervento per ridurre i costi delle diseconomie.

 

Per questo il XV congresso della Cgil indica al paese la necessità di un nuovo patto fiscale, teso a consolidare il patto di cittadinanza e quello di uguaglianza fra cittadino e cittadino e fra cittadino e istituzioni, fondato su scelte che esplicitamente assumano la crescita dei redditi da lavoro e da pensione, le politiche di sostegno agli investimenti e ai trasferimenti selettivi verso le imprese, come propri riferimenti essenziali. Sempre più attuale, in questo quadro, si dimostra la proposta della Cgil di un intervento di fiscalizzazione contributiva sui salari più bassi, di restituzione del drenaggio fiscale, di riequilibrio della tassazione fra rendite, patrimoni e redditi da lavoro. Il paese ha bisogno di una nuova politica redistributiva fra tutti i redditi, che costituisca indubbio sostegno alle politiche contrattuali.

 

La natura di questo patto postula insieme due condizioni. Che non vi siano logiche dei due tempi, tra risanamento e redistribuzione, e che l’equità da ritrovare sia frutto di una scelta che corregge una politica che ha colpito i redditi da lavoro e da pensione più di ogni altra forma di tassazione.

 

Troppo in questi anni su questo terreno non ha funzionato. Finanza creativa, condoni a ripetizione, cartolarizzazioni, dismissioni del patrimonio pubblico, assenza di una politica di contenimento di prezzi e tariffe, abbandono di una corretta attenzione alle dinamiche dei redditi, attacco alla progressività del prelievo fiscale, scarsissima attenzione verso la lotta alle elusioni e alle evasioni fiscali, al lavoro nero e a quello sommerso – altro fallimento del governo -, vantaggi per rendite e patrimoni: questo è l’insieme che ha favorito l’arricchimento di una parte del paese a scapito della maggioranza dei cittadini ed ha penalizzato – innanzitutto – il lavoro e lo sviluppo.

 

Per questo, la lotta contro il lavoro nero è obiettivo fondamentale. Troppe donne e uomini, troppi immigrati, troppe imprese si situano fuori dalla legalità, dai sistemi di protezione sociali. L’intervento sull’economia irregolare è di straordinaria importanza, non solo per evidenti ragioni etiche e di solidarietà, ma anche per impedire forme di concorrenza sleale, per restituire alla collettività ingenti quantità di ricchezza attualmente evasa, per rompere quelle stesse convenienze fra soggetti deboli che minano la solidarietà generale (indicativa la condizione delle assistenti famigliari). E’ il presupposto per ogni possibile patto fiscale tra le ragioni del lavoro, dell’impresa e della cittadinanza.

 

Il livello di questa ingiustizia sociale è insieme causa ed effetto delle politiche di divisione e contrapposizione sociale.

 

Oggi direttamente o indirettamente, l’intervento del pubblico è richiesto da tutte le parti. Da chi chiede dazi doganali, da chi chiede riduzione della pressione fiscale, da chi punta all’appoggio delle istituzioni pubbliche per il sostegno alle proprie scalate e al consolidamento delle proprie posizioni, dalle scelte che hanno portato a concentrare in forme improprie partecipazioni pubbliche e disponibilità finanziarie in società e contenitori dalla dubbia trasparenza, efficacia e funzionalità.

Il problema quindi che si pone non è quello di dire sì o no all’intervento pubblico.

Ma domandarsi quale intervento pubblico si renda oggi necessario, per difendere innanzitutto produzioni, presenze strategiche del paese, beni di rilevanza sociale, e come la responsabilità pubblica possa consentire ai mercati di essere realmente più efficienti, trasparenti e regolati, nell’interesse dei cittadini, dei consumatori e dei lavoratori. Il passaggio dai monopoli della gestione pubblica a quella privata ha creato vantaggi solo per pochissimi, senza premiare investimenti, qualità e interessi dei cittadini.

La stessa responsabilità pubblica appare decisiva nel determinare un indispensabile salto in avanti sui terreni dell’innovazione di prodotto e della ricerca, nell’offerta formativa, nelle politiche infrastrutturali materiali e immateriali, nella gestione del territorio, nel promuovere politiche di attrazione degli investimenti e politiche di vantaggio per le aree a ritardato sviluppo, verso le quali non può essere interrotta la politica di bilancio e di investimenti dei fondi europei. 

 

Le stesse scelte di ricerca e di innovazione nel campo dello sviluppo sostenibile e delle politiche ambientali, dal ciclo dei rifiuti ai vantaggi che si possono trarre nel campo delle fonti energetiche alternative, dall’applicazione del protocollo di Kyoto, richiedono un deciso orientamento della domanda pubblica.

 

In questo quadro, l’innovazione e la riforma del welfare, la sua crescente responsabilità nell’inclusione sociale, come fattore di redistribuzione contro povertà e disuguaglianze, rappresentano per la Cgil un obiettivo decisivo. Senza un welfare universale e di qualità non vi è né vi potrà essere, a maggior ragione per il futuro, un fondamento di uguaglianza e di cittadinanza, a partire dai diritti costituzionalmente garantiti e dalla difesa dei beni comuni.

Insieme, il welfare nelle sue funzioni fondamentali di sicurezza, prevenzione, salute, assistenza, formazione, previdenza è leva di crescita di investimenti, di occupazione e di occasioni di lavoro. Può stimolare con una domanda selezionata innovazione e ricerca; genera servizi sempre più estesi e personalizzati; crea condizioni per attrarre investimenti, deve accompagnare processi di riconversione e tempi e aspettative che vengono meno nella vita delle persone. L’economia dei beni sociali apre prospettive destinate a crescere.

 

Per la Cgil è prioritario che le funzioni e i compiti del welfare sappiano intercettare tutti i bisogni, a partire dal modo di contrastare le aree di povertà che in questi anni si sono allargate.

E che si affrontino, finalmente, le due condizioni sociali che sono oggi quelle più esposte: la condizione degli anziani non autosufficienti, i problemi legati alla prima infanzia. Anche se è evidente infatti che il primo non riassume tutto il quadro dei problemi della condizione degli anziani, in una società che allunga le attese di vita e fa diventare strutturale il fenomeno dell’invecchiamento delle persone e perciò richiede nuove politiche di relazione con la formazione e di invecchiamento attivo; e il secondo non risolve tutte le politiche del riequilibrio demografico: essi sono due temi che comunque assumono per la Cgil il valore di un obiettivo prioritario da proporre, affrontare e risolvere. E’necessario quindi assumere l’impegno per un rinnovato welfare che diventi parte costituente di un nuovo modello di sviluppo, che faccia interagire sviluppo produttivo, occupazione e servizi sociali rispondendo alla domanda di benessere sociale.

 

 

Una Cgil autonoma e democratica

 

11. In questa prospettiva, un ruolo fondamentale spetta al lavoro, alle indicazioni e alla determinazioni del movimento sindacale e, per quello che ci riguarda, alla Cgil.

 

L’incapacità dell’azione di questo governo, che si conferma anche in questi mesi, i ritardi con cui l’opposizione si misura con un programma credibile di governo del cambiamento, l’incertezza e le divisioni presenti nel mondo imprenditoriale, la forza inarrestabile degli effetti di una globalizzazione senza regole, le difficoltà che incontra l’Unione Europea a progredire verso un profilo più compiutamente democratico delle sue istituzioni e verso la costruzione di una autonoma politica economica, industriale e infrastrutturale europea, tutto questo mette sulle spalle del movimento sindacale e della Cgil una responsabilità francamente inedita e decisiva.

 

Battere una cultura della rassegnazione, della corporativizzazione e della disgregazione sociale, anche sul terreno della lotta contro le illegalità, indicare una convincente e plausibile prospettiva positiva sono obiettivi che solo con un’azione decisa del sindacato, e della Cgil, possono essere conseguiti.

 La Cgil è punto di riferimento per la ricostruzione di un’etica nei comportamenti collettivi, fondata sulla cultura della partecipazione, dell’esigibilità dei diritti come condizione ineludibile della democrazia e della libertà: questa cultura può rianimare un clima di fiducia a speranza, del quale soprattutto le giovani generazioni hanno bisogno per compiere processi di emancipazione e di crescita. Le giovani ed i giovani, le donne, la parte della società emarginata da questi anni di governo Berlusconi devono poter guardare con serenità al futuro, anche in virtù dell’impegno che con loro la Cgil assume.

 Il XV congresso è consapevole del ruolo insostituibile che la Cgil – grazie anche al radicamento nel territorio operato da Camere del Lavoro, leghe dei pensionati e dalla rete dei servizi - può giocare nel delineare questa prospettiva. Naturalmente bisogna insieme operare perché si concluda in maniera condivisa la stagione infinita della transizione costituzionale; perché si affermi realmente, sul terreno politico, un compiuto bipolarismo programmatico nel paese, e perché vengano riformati e resi agibili percorsi e sedi di partecipazione e di confronto sulle scelte del paese per i soggetti della rappresentanza sociale, e segnatamente per il sindacato.  

Ma quello che per noi è evidente è che solo una Cgil, capace di rinnovarsi, fortemente radicata nel lavoro e nelle sue trasformazioni, in grado di presidiare il territorio e orientarne lo sviluppo, capace di stare in campo con un profilo autonomo e un alto disegno programmatico, può davvero proporsi l’obiettivo ambizioso di misurarsi per intero con la grande sfida culturale, istituzionale, politica e sociale che è aperta nel paese: costruire nei fatti, declinandola per intero, la centralità del valore del lavoro e dei diritti. 

Tutto questo richiede una Cgil forte dei suoi pluralismi interni e forte nel rapporto democratico con tutti i lavoratori. Per questo, la democrazia della Cgil vive dei suoi molteplici pluralismi – a partire dal valore della differenza, dai pluralismi programmatici, da quelli di struttura a quelli legati alla rappresentanza di interessi – e in un sistema di regole che ne garantisce la piena legittimità e agibilità. Il XV congresso si propone perciò di costituire un reale, esteso e democratico processo di dibattito e partecipazione. E’ diritto di tutte le iscritte e gli iscritti determinare con il voto sui documenti congressuali le scelte strategiche che definiranno il profilo e l’azione della Cgil nei prossimi quattro anni, nella valorizzazione di tutte le esperienze che l’organizzazione esprime.

 Per la Cgil l’espressione democratica dei lavoratori resta una pratica e un obiettivo irrinunciabile. Chiedere che sia il voto democratico a validare piattaforme e accordi, costruire anche per via legislativa una cornice di regole in grado di misurare la rappresentatività delle forze sociali e dare – dopo una sperimentazione endosindacale – certezza ai percorsi democratici non è né una fuga in avanti, né un atto che comprime le regole e la funzione dei principi associativi di ogni organizzazione. D’altra parte, le pratiche esperite in questi anni, il risultato delle elezioni delle RSU, il misurarsi con l’opinione dei lavoratori anche di fronte a compromessi contrattuali difficili non solo non si è dimostrato un esercizio rituale, ma ha finito esplicitamente per rafforzare rappresentatività e credibilità del sindacalismo confederale. Esprimendo in questo, la risposta più compiuta, più forte ai tentativi di delegittimazione messi in campo dal governo di centrodestra e al tentativo di tenere ai margini della vita sociale del paese il ruolo del sindacato.

 Il principio della libertà di associazione, garantito dalla Costituzione e da ogni principio di democrazia, e il diritto dei lavoratori di decidere su quello che li riguarda non possono essere usati uno contro l’altro. Se lo si fa, si impoverisce il senso della confederalità ed il valore generale della funzione del sindacato, oltreché separare la giusta domanda di più unità e più democrazia.

  12. Su questo terreno così come su altri contenuti, la Cgil non è riuscita compiutamente a trovare una piena condivisione unitaria da parte della Cisl e della Uil. Questo, però, non deve significare per la Cgil abbandonare il perseguimento di questi obiettivi.

 Il XV congresso riconferma che il pluralismo, interno alle diverse culture e sensibilità del sindacalismo confederale, rappresenta un valore da cui partire per ricercare sintesi e approdi unitari e ridurre l’area dei dissensi esistenti.

 Anche nei momenti più difficili di questi anni, la ricerca di una convergenza unitaria non è mai venuta meno per la Cgil; e ne attestano la conferma le scelte contenute nei documenti del congresso di Rimini, allor quando nel pieno della divisione sindacale, la Cgil continuava giustamente ad indicare l’obiettivo e l’esigenza di un percorso di unità. Scelta che la Cgil considera dall’atto della sua nascita strategica.

 I congressi di Cisl e Uil, il congresso della Cgil, hanno ognuno di fronte a sé questo tema. Per quello che ci riguarda, riteniamo in questa prospettiva e con questa impostazione di proporre a Cisl e Uil di lavorare assieme alla carta programmatica dei valori del sindacato confederale. Una carta non in grado, ovviamente, di risolvere problemi e temi dei contrasti, ma capace di riaffermare la qualità dei valori comuni, che valga per l’oggi e per il domani, e rappresenti il segno distintivo, oltre le differenze e al di là dei pluralismi, del ruolo e della funzione del sindacalismo confederale.

 Questa scelta, se condivisa, darebbe più forza e rappresenterebbe anche una proiezione più efficace al lavoro che attende il sindacato italiano verso la Confederazione Europea dei Sindacati e la Cisl internazionale, alle prese con processi di trasformazione, riardi e inerzie non più giustificabili.   

13. Nell’anno di svolgimento del XV congresso della Cgil cadrà il centesimo anniversario della nascita della Confederazione generale del lavoro. La Cgil, celebrerà – come è giusto – e nel modo più alto possibile questa storia, il grande processo di avanzamento democratico delle conquiste del mondo del lavoro; in questo ricordando l’impegno e il sacrificio di tante generazioni di lavoratrici e lavoratori.

 La Cgil non intende celebrare questa storia per sé, ma proprio per segnare il rapporto che lega indissolubilmente la storia del lavoro alla storia della democrazia e della libertà nel nostro paese. Una storia, dunque, comune, che ha fatto del movimento sindacale italiano – pur nelle alterne vicende di questo secolo – una grande istituzione sociale, una grande forza di rappresentanza ed un insostituibile soggetto in difesa della democrazia e della libertà.

 Un processo che a partire dal formarsi delle prime leghe, dai primi sindacati di mestiere, fino alla nascita delle federazioni nazionali di categoria e delle Camere del Lavoro; dall’indizione del primo sciopero generale nel 1904, fino alla capacità di opporsi alla violenza del fascismo e alla cancellazione della democrazia e della libertà per tutti, ha poi dato vita al grande contributo dei lavoratori alla Resistenza, agli scioperi del 1943-1945, fino a segnare di sé contenuti e valori della Carta Costituzionale. Una storia che in questo dopoguerra ha continuato ad essere decisiva per crescita civile e sociale del paese, innanzitutto per la difesa della democrazia e della libertà e per battere ogni forma di terrorismo.

 Per questo, il centenario si rivolge innanzitutto ai giovani e alle nuove generazioni, a quanti si interrogano su quale modello di società costruire, ai tanti fili invisibili che legano le memorie e le conquiste che passano da generazioni ad altre generazioni.

  

Questo è il cuore della proposta politica del XV congresso della Cgil: il progetto di un nuovo avvio per il paese ha senso e vive solo se rivolto esplicitamente alle generazioni che rappresentano il presente, ma soprattutto il futuro, del mondo del lavoro e del paese. Alle ansie, alle incertezze, alle preoccupazioni esistenti la Cgil intende offrire una proposta ed un messaggio fatti di valori condivisi, di partecipazione e passione democratica e di fiducia nel cambiamento, possibile e necessario del Paese.