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Libera circolazione dei lavoratori e crisi economica: immigrati fortemente danneggiati

 La Commissione europea ribadisce l’importanza del principio della libera circolazione dei lavoratori, ma alcuni Stati non intendono applicarla compiutamente. L’allarme è stato lanciato in occasione di un convegno organizzato dall’Università olandese di Nijmegen, che da anni coordina per conto di Bruxelles una rete europea di studiosi e rappresentanti delle parti sociali su quest’argomento. Germania, Austria e Regno Unito sono i tre Paesi che ancora prevedono al proprio interno delle restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori provenienti dagli otto Stati dell’Est europeo che hanno aderito all’Ue nel 2004 (Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Slovacchia, Estonia, Lituania, Lettonia, Slovenia), con la motivazione che senza un controllo negli accessi si rischiano di creare problemi al mercato del lavoro nazionale. Le regole comunitarie prevedono che tali restrizioni possano essere applicate dagli Stati membri fino a maggio 2011 per i cittadini provenienti dagli otto nuovi Paesi dell’Est europeo e fino al 2013 per i lavoratori di Romania e Bulgaria. Il neo Presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, intende intervenire per eliminare prima possibile queste restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori, tanto da considerarla una delle priorità del suo secondo mandato, ma cresce fra gli Stati membri il desiderio di proteggere i mercati del lavoro nazionali a scapito degli immigrati.
Il convegno organizzato dall’Università di Nijmegen è stato anche l’occasione per riflettere sul rapporto fra libera circolazione dei lavoratori e crisi economica. Gli immigrati sono stati fortemente danneggiati dalla recessione, sia perché sono mediamente più giovani e meno istruiti (proprio i lavoratori scarsamente qualificati e quelli con meno anzianità di servizio hanno perso più facilmente l’impiego), sia perché sono occupati prevalentemente con contratti temporanei. Nel Regno Unito, la percentuale degli immigrati disoccupati è salita al 9,7%, il dato più elevato dal 1994. Proprio in quest’ultimo Stato e in Irlanda – fra i più colpiti dallo scoppio della bolla finanziaria – si assiste in questi mesi a un massiccio ritorno d’immigrati dell’est europeo nei propri Paesi di origine. In Irlanda, per di più, circa il 50% dei cittadini rumeni e il 35% di quelli bulgari si è visto rifiutare il permesso di lavoro. Negli altri Stati dell’Ue, invece, i lavoratori stranieri preferiscono rimanere, non solo perché il sistema di protezione sociale nell’occidente europeo è più forte che a Est, ma anche perché ci sono poche occasioni di lavoro nei Paesi di origine, anch’essi interessati dalla crisi. Secondo Ryszard Cholewinski, dello Iom (International Organization for Migration), “non ci sono prove che, a seguito della recessione, sia aumentata l’immigrazione clandestina e, anzi, sembra che sia addirittura diminuita. E’, invece, vero che gli immigrati sono diventati più vulnerabili alle peggiori forme di sfruttamento e che è cresciuta la xenofobia”.
Un ultimo aspetto trattato nel corso del convegno ha riguardato la Comunicazione pubblicata dalla Commissione Ue lo scorso mese di luglio, contenente delle linee guide per la trasposizione e l’applicazione della Direttiva 2004/38/EC sul diritto dei cittadini e delle loro famiglie di muoversi e di risiedere liberamente all’interno dell’Unione europea. John Handoll, che lavora in Irlanda per lo studio legale William Fry Solicitors, ha affermato chiaramente che queste linee guida sono poco chiare in alcuni punti e succinte in altri, perché si concentrano solo sulla difesa del diritto alla libera circolazione dei lavoratori contro gli abusi creati dall’immigrazione illegale, senza chiarire il rapporto fra i diritti sociali dei lavoratori che si spostano da un Paese all’altro e il principio della libera circolazione. Su quest’ultimo punto, Sverker Rudeberg, portavoce di Business Europe per quanto riguarda la libera circolazione dei lavoratori, non ha esitato a dichiarare che chi, come i sindacati europei, vuole difendere i diritti sociali degli immigrati, non fa altro che del “protezionismo”.

Fonte: Il lavoro in Europa. Notiziario sulle politiche attive del lavoro in Europa a cura della Cgil nazionale, novembre 2009

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