07 Ott 2026 9° rapporto Gimbe, definanziamento, lea, sanità, sanità pubblica, ssn,
La pubblicazione del nuovo del 9° rapporto Gimbe sullo stato del Servizio Sanitario Nazionale, avvenuta oggi a Roma, fotografa il disastro del governo Meloni in questi anni. Il definanziamento e il sottofinanziamento della sanità non è certo solo una responsabilità di questo governo, ma i dati pubblicati dalla Fondazione Gimbe dimostrano che il governo non ha fatto nulla per invertire la tendenza e per garantire il servizio sanitario nazionale.
Il primo dato che balza subito agli occhi è lo stato del finanziamento del Fondo sanitario nazionale che finanzia appunto i bilanci delle Aziende sanitarie e i livelli delle prestazione essenziali.
Il governo tra il 2023 e il 2026 ha aumentato il Fondo Sanitario Nazionale di 17,5 miliardi di euro, ma se avesse mantenuto costante la quota di finanziamento del Fondo sanitario nazionale rispetto al PIL, e cioè garantendo ogni anno in questo periodo di tempo il 6,27% di finanziamento rispetto al PIL, in realtà avrebbe dovuto finanziare il Fondo Sanitario Nazionale per ulteriori 18 miliardi di euro. Quindi da questo punto di vista si può concludere che il governo ha finanziato il Fondo degli ultimi 4 anni per metà del fabbisogno.
E bene fa la fondazione Gimbe a definire questi mancati co-finanziamenti come tagli invisibili, non si tratta di tagli realmente effettuati, ma di finanziamenti non adeguati.
E’ addirittura allarmante il quadro di finanziamento che ci viene prospettato nel documento programmatico di finanza pubblica per gli anni 2027-209 approvato dal governo il 2 ottobre dove purtroppo si desume che non c’è nessuna inversione di tendenza rispetto al finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale. Anzi si riduce ulteriormente il finanziamento e non ci vuole molto a capire che la differenza tra il bisogno reale di finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale e le risorse effettivamente disponibili dovrà essere colmata dalle Regioni che a quel punto avranno due sole opportunità: o aumentare ulteriormente le tasse locali oppure tagliare i servizi. Quindi di fatto andranno a pagare nuovamente i cittadini.
Tra il 2023 e il 2024 aumentano ulteriormente i cittadini che hanno denunciato di aver rinunciato alle cure o alle visite o agli esami per i tempi d’attesa o per motivi economici. Se nel 2023 parlavamo di circa 4 milioni di persone, nel 2024 sono quasi 6 milioni di persone che hanno denunciato di aver rinunciato alle cure nel senso di aver rinunciato a visite o esami.
Altro dato preoccupante è quello rilevato dalla fondazione Gimbe che rispetto al 2012 è diminuita l’incidenza della spesa del personale. E’ evidente quindi come il contenimento dei costi sulla sanità sia stato conseguito tramite due leve: da un lato, scaricando i maggiori costi non sostenuti dallo Stato e dalla finanza pubblica sui cittadini, e dall’altro lato, scaricando i costi sui lavoratori e facendo diminuire appunto le spese per il personale.
Il quadro che ne esce è di una pesante responsabilità politica rispetto a questi numeri e il Servizio Sanitario Nazionale pur rimanendo un servizio che continua a funzionare, la sua qualità però viene sempre più determinata dal posto dove nasci e il diritto alla salute viene sempre più determinato dalla capacità di disporre di risorse economiche adeguate per poter integrare le lacune del finanziamento pubblico. Quindi il tema vero è che questo servizio sanitario nazionale e la prospettiva economica indicata da questo governo rispetto al triennio 2027-2029 mette in crisi il principio fondamentale su cui si regge il Servizio Sanitario Nazionale, che è il principio di universalità e cioè garantire a tutti i cittadini e le cittadine della Repubblica uguale accesso alle cure.
Risulta poi beffardo o quantomeno non credibile, l’annuncio di pochi giorni fa del ministro Schillaci che, stante questo quadro di definanziamento, ha dichiarato in occasione della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del relativo decreto che aggiorna i Lea (livelli essenziali di assistenza) che sono stati aggiunti 800 nuovi Lea e quindi che i cittadini avranno più opportunità di prevenire e curare le malattie. Non è assolutamente credibile che i cittadini possano accedere a nuovi servizi essenziali se la qualità e la quantità del finanziamento del Ssn diminuisce.
Il Ssn è stato motore di uguaglianza sociale ed equità e deve continuare ad esserlo. Per difenderlo e miglioralo, la Cgil sarà in piazza sabato 17 ottobre con le oltre centro associazioni de La Via Maestra, per difendere la sanità pubblica, insieme a lavoro, pace, ambiente, welfare e Costituzione.
Alessandro De Nicola, segretario Cgil Modena
Modena, 7/10/2026

