GLI ATTACCHI LEGHISTI A CECILE KIENGE E LA FALLACIA DEL REATO DI CLANDESTINITÀ

14 Mag 2013

di Vincenzo Intermite

La terribile vicenda di Milano, che ha visto un giovane di origine ghanese, Adam Kabobo, in Italia senza permesso di soggiorno, aggredire a colpi di piccone diversi passanti provocando la morte di due di essi e il ferimento di altri tre, ha consentito ai leghisti di rispolverare tutto il loro trito armamentario di volgari bestialità xenofobe e di arbitrarie e infondate generalizzazioni.

In particolare, hanno colto l’occasione per attaccare, con la grossolanità che li contraddistingue, le posizioni in materia di immigrazione sostenute dalla Ministra per l’integrazione Cécile Kienge, ribadendo l’equazione tra clandestinità e reato, prevista dalla vigente legge, e prevedendo una discutibile quanto inconsistente relazione di causa-effetto tra l’introduzione dello ius soli e il verificarsi di fenomeni simili a quanto accaduto a Milano.

Per quanto riguarda questo secondo aspetto non si vede come l’introduzione dello ius soli possa causare fenomeni di aggressività sociale: la regolarizzazione della posizione del nuovo nato eliminerebbe anzi, o attenuerebbe di molto, quei motivi di disagio e disadattamento che sono, il più delle volte, alla base di tali comportamenti; a meno che non si voglia sostenere che essi non hanno origine sociale, ma dipendono dalla “razza”, dalla struttura genetica o dalla “cultura” dei cosiddetti clandestini: in tal caso c’è poco da ribadire e non resta che passare oltre.

Sulla questione del cosiddetto “reato di clandestinità”, abbiamo già avuto modo di affermarne, sulle pagine di questo giornale, l’insostenibilità etica e giuridica. Ma esso è inconcepibile anche da un punto di vista logico. L’introduzione nella vigente legge sull’immigrazione del reato di clandestinità si fonda sul seguente ragionamento: dato che il signor A, di origine ghanese delinque, dato che il signor B di origine senegalese delinque, dato che il signor C di origine pakistana delinque, e dato che tutti sono clandestini, allora tutti i clandestini delinquono. Si tratta del metodo che gli epistemologi denominano “induzione per enumerazione”, per cui da un certo numero di osservazioni relative ad un certo fenomeno si inferisce una legge generale su tale fenomeno. La fallacia di tale ragionamento è evidente: quanti casi particolari devo osservare per essere autorizzato ad inferire la legge generale? Per quanto alto sia il numero di tali osservazioni, la generalizzazione non sarà mai legittima, perché vi può sempre essere un numero imprecisato di osservazioni che non ho effettuato e che possono confutare l’ipotesi che voglio sostenere.

Se poi volessimo accogliere il ragionamento come non fallace, esso dovrebbe essere valido, oltre che per i clandestini per altre categorie sociali: cosa penserebbero i Salvini e i Borghezio del seguente ragionamento? Dal momento che il leghista A ha rubato, che il leghista B ha rubato, che il leghista C ha rubato, allora tutti i leghisti sono ladri e, dunque, essere leghisti è reato!

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