COMITATO NAZIONALE BIOETICA: CHIUDERE I CIE O RICONDURLI A MISURA ECCEZIONALE. LA SITUAZIONE NELLE CARCERI

30 Ott 2013

 

di Mohcine El Arrag

” I CIE andrebbero chiusi o quanto meno ricondotti alla loro funzione originaria di misura eccezionale”. Lo afferma il Comitato nazionale per la bioetica nel documento La salute dentro le mura, redatto per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che dedica ampio spazio al problema della salute nelle carceri e nei Cie per gli stranieri.

“In questi centri, il diritto alla salute degli internati è soggetto a tali limitazioni da rendere dubbio l‟uso del termine stesso di ‘diritto’, afferma il Comitato, ch dà un quadro drammatico della situazione: “In primo luogo, i centri sono ubicati in contenitori impropri, fortemente carenti dal punto di vista igienico. Vi sono concentrati soggetti di diversa ed eterogenea provenienza, molti di loro particolarmente vulnerabili: come le persone richiedenti lo status di rifugiato e le vittime della tratta, che rischiano di trovarsi rinchiuse insieme ai propri carnefici. L’assistenza nei centri non è a carico del SSN, bensì è fornita dall’ente gestore del Centro. Nella generalità dei casi, si tratta di un‟assistenza sanitaria elementare, tarata sulla precedente normativa che permetteva il trattenimento non oltre i trenta giorni. Dopo che il periodo è stato prolungato a sei mesi, l‟assistenza sanitaria risulta del tutto insufficiente e si registrano casi gravi di soggetti non curati a dovere. Inoltre, ci sono grandi problemi per avere la documentazione clinica, nel passaggio dal carcere ai CIE”.

A queste difficoltà, si aggiungano gli aspetti psicologici avversi, dice ancora il Comitato: “gli internati vivono questo periodo come una pena aggiuntiva a quella già scontata, per di più con minori garanzie (non si sa quanto tempo dovranno rimanere nel Centro) e con minori possibilità di svolgere una qualche attività”.

Per il Comitato occorre agire intervenire con misure urgenti e immediate:

“- i CIE andrebbero chiusi o quanto meno ricondotti alla loro funzione originaria di misura eccezionale, come previsto dalla direttiva UE, ristabilendo come misura ordinaria il rimpatrio volontario assistito (finanziato da apposito fondo europeo);

– il Servizio Sanitario Nazionale deve prendere in carico i CIE o quanto meno vanno immediatamente attivati accordi e convenzioni in tal senso. Non solo vanno fornite prestazione adeguate, occorre anche controllare lo stato dei locali, l‟adeguamento dei servizi e lo stato igienico, l‟adeguamento del regime di vita a requisiti di rispetto della dignità delle persone;

– l‟identificazione deve avvenire durante il periodo della carcerazione;

– vanno protette le categorie vulnerabili, fra cui le vittime della tratta, regolarizzandole per motivi umanitari”.

Lo stesso documento dedica ampio spazio anche alla situazione delle carceri, dove gli stranieri rappresentano una parte consistente della popolazione, circa il 36%. “Molti non possiedono documenti di identificazione e ciò comporta diverse criticità, fra cui la difficoltà a stabilire l‟età di chi incorre nella giustizia, fatto rilevante per la protezione dei minori”.

La detenzione comporta per lo straniero e la straniera, specie se privi di permesso di soggiorno e di documento identificativo, molti problemi e sofferenze aggiuntive. In particolare:

“- una più difficile comunicazione col personale operante negli istituti, per problemi di lingua ma anche per ostacoli culturali alla completa comprensione dei differenti ruoli;

– la mancanza di legami familiari o di relazioni sul territorio e la difficoltà a mantenere i rapporti a distanza: le telefonate alla famiglia sono spesso ostacolate dalle ristrettezze economiche del detenuto e dalla difficoltà degli accertamenti sulle utenze nei paesi stranieri;

– il lavoro interno è poco accessibile per mancanza di documenti e di codice fiscale;

– l‟istruzione e i corsi professionali sono tarati sulle esigenze degli italiani;

– la frequente mancanza di domicilio fisso e di legami sociali sul territorio restringe la possibilità di ottenere i benefici e di poter usufruire di misure alternative al carcere”.

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