L'INTEGRAZIONE SCOLASTICA DEGLI ALUNNI IMMIGRATI NON SI PERSEGUE CON LE CLASSI-PONTE

14 Nov 2013

Una classe di soli stranieri. Accade a Bologna, alla scuola media “Besta”, dove è nata una classe “sperimentale” con ventidue ragazzi e ragazze, tra gli 11 i 15 anni, tutti stranieri. Dicono le cronache giornalistiche che per il preside è stata una soluzione per immettere in una classe dei ragazzi appena giunti che altrimenti avrebbero perso l’anno scolastico: … “sono arrivate diciotto famiglie che, con il ricongiungimento familiare, avevano appena riavuto i figli, la maggior parla poco la nostra lingua. Stavano cercando di iscriverli in diverse scuole e alle Besta c’era lo spazio, ma le classi erano già formate. Quindi ho chiamato l’Ufficio scolastico e ho chiesto l’autorizzazione per un’ulteriore classe. Ne è nato un piano che va nella direzione di aiutare quei ragazzi”. E’ una “classe aperta”, aggiunge, “dove i ragazzi imparano l’italiano e appena sono pronti possono essere poi inseriti nella classe di riferimento per età”. Di avviso contrario è però il Consiglio d’Istituto, che parla di una scelta che divide. Il dibattito è subito uscito fuori dai confini della scuola ed ha investito la città e non solo. A favore della scelta del preside, guarda un po’, la Lega Nord, e anche il Pdl. La Flc Cgil parla di “un progetto di accoglienza”, che “sembra avere dei lati positivi”. Contrari, tra gli altri, le ministre dell’Istruzione e dell’Integrazione Carrozza e Kyenge.

Per quanto ci riguarda l’integrazione scolastica degli alunni immigrati non si persegue con le classi-ponte e sottoscriviamo parola per parola quanto l’Asgi ha scritto sulla vicenda. Dice l’Asgi che “La creazione di ‘classi-ponte’, anche solo temporanee, all’interno dell’ordinario orario scolastico, riservate a soli alunni stranieri e dunque alternative e differenziate rispetto a quelle ordinarie, non è un’azione positiva volta ad agevolare l’inserimento e la riuscita scolastica degli alunni immigrati, ma puo’ piuttosto esserne di detrimento e costituire pertanto una misura discriminatoria”. E così prosegue: “La previsione della formazione di classi sulla base del criterio di nazionalità può contribuire al rafforzamento tra gli insegnanti e i genitori innanzitutto, ma anche nella società nel suo complesso, dello stereotipo dell’alunno straniero come fonte di difficoltà per la realizzazione del percorso educativo, sottostimandone le effettive potenzialità individuali, con effetti negativi per la formazione dei meccanismi dell’autostima e della fiducia in sé”.

Per l’Asgi “appare inoltre infondato l’argomento per cui tali classi di soli alunni stranieri favorirebbero una più agevole processo di apprendimento della lingua italiana, in quanto proprio la condizione di separazione dagli alunni italiani priverebbe gli alunni stranieri delle potenzialità dell’educazione alla lingua italiana nei rapporti tra pari, lasciando l’insegnante come unico riferimento”. Anzi, “una segmentazione e segregazione dei percorsi educativi finisce per accentuare e riprodurre tra le generazioni le diseguaglianze economiche e sociali”, come “dimostrano gli studi sociologici e le esperienze di altre scuole in Italia e negli Paesi europei” .

Una maggiore integrazione e riuscita scolastica degli alunni immigrati “può essere perseguita grazie a misure positive di supporto all’alfabetizzazione e all’orientamento pedagogico, anche con riferimento al rapporto tra scuola e genitori degli alunni immigrati, garantendo la piena integrazione degli alunni immigrati con i loro coetanei italiani nei regolari percorsi educativi assegnando nel contempo adeguate risorse per realizzare programmi ed iniziative ‘aggiuntive’ extracurriculari”.

“La riduzione, se non la vera e propria eliminazione, dei fondi scolastici per i progetti di sostegno”, non può essere poi per l’Asgi “una giustificazione per relegare i minori stranieri, anche di primo arrivo, in classi ghettizzanti, dovendo essere garantita a tutti i minori una parità di trattamento”.

L’Asgi, infine, auspica “che la vicenda di Bologna possa suscitare nel paese una riflessione più generale sul rapporto scuola-società-immigrazione, per giungere ad un reale cambio di prospettiva, passando dall’interrogativo che normalmente ci si pone: ‘Perché gli alunni figli di immigrati hanno una minore riuscita scolastica?’ a quello, invece, più pertinente: ‘Perché l’istituzione scolastica non riesce ad assicurare la mobilità sociale di tali alunni?’ “.

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