Ecco perché l'Italia non ha ancora un Garante per l'infanzia

13 Ott 2009

La Dichiarazione dei diritti del bambino sostiene che il più importante fra i diritti del minore è quello di essere considerato solo un bambino: senza alcuna distinzione di carattere sociale, etnico, religioso, razziale. Prima del pacchetto sicurezza non c’erano, in Italia, bambini «irregolari» né «clandestini».
di Raffaele K. Salinari (Terres des Hommes)

 

Il Parlamento non ha ancora approvato la legge che istituisce il Garante per l’infanzia, la sede che dovrebbe tutelare i diritti dei minori nel nostro paese secondo quanto sottoscritto dall’Italia nella Dichiarazione dei diritti del bambino.
Sono passati vent’anni da allora e ancora subiamo un vuoto di civiltà giuridica inaccettabile in un paese a «democrazia avanzata». Ma forse è proprio il logoramento e lo svuotamento progressivo di questa definizione, che spiega il ritardo col quale sia la maggioranza che l’opposizione rinviano, tra una lodo e l’altro, un confronto serio sul come i diritti dei minori fanno parte della civiltà democratica del nostro paese.
La posta in gioco, infatti è altissima ed è nulla di meno che la definizione stessa di infanzia e la sua peculiarità rispetto ad altri momenti della vita. La Dichiarazione sostiene infatti che tutto ciò che concerne questo periodo formativo del futuro cittadino, deve essere orientato al criterio del «maggior interesse del minore» e dunque introduce una serie di eccezioni positive che tendono alla salvaguardia dei suoi diritti fondamentali, primo tra tutti quello di essere considerato solo un bambino appunto, senza alcuna distinzione di carattere sociale, etnico, religioso, razziale e vie enumerando.
Ed è qui che entra invece in gioco una concezione altra dell’infanzia, in specifico quella che vuole separare l’infanzia titolata di diritti da quella che non li deve avere, introducendo una distinzione biopolitica gravissima che rompe irrimediabilmente l’argine del Diritto internazionale. Per questo assalto, connaturato alla prevalenza delle politiche bioliberiste nel nostro paese, si parte rimettendo in discussione i due anelli più deboli della catena. Il Diritto umanitario con la dichiarazione delle missioni di pace e cooperazione umanitaria affidate ai militari, e quello dei minori, con la punta avanzata del Pacchetto sicurezza.
Tra la giungla delle normative contenute in questo vero e proprio attacco ai Diritti umani, basta pensare all‘introduzione del reato di clandestinità, il pacchetto sancisce la politica dei respingimenti, attuata come risposta ad un fenomeno immigratorio che vede fra i «dannati della terra», proprio i minori non accompagnati che puntualmente rappresentano una parte, spesso importante, del carico dei barconi. Questa pratica dunque, viola, oltre altre numerose normative internazionali in materia di asilo, anche norme consolidate a livello nazionale inerenti la protezione dell’infanzia. Il nostro sistema normativo, infatti, prima ancora della norma che disciplina, identificandolo, per la prima volta il minore non accompagnato, prevedeva un gruppo di diritti fondamentali e inviolabili che vanno riconosciuti ai minori stranieri in quanto persone, indipendentemente dalla loro età e cittadinanza, diritti che non sono assoggettabili nemmeno ad esigenze di ordine pubblico.
Il minore straniero è sempre stato per l’ordinamento italiano, almeno sino ad ora, innanzitutto un minore, ovvero un soggetto che ha la necessità di essere assistito, accudito e tutelato. In altre parole, nel nostro ordinamento, sino al pacchetto sicurezza ed alla politica dei respingimenti, non si poteva parlare di minore clandestino o irregolare, se non nel senso di intendere un minore entrato clandestinamente o irregolarmente. Il minore, infatti, per il solo fatto di essere minore, può essere autorizzato a soggiornare in Italia. A questo proposito una ricerca presentata nei mesi scorsi dalla nostra organizzazione e da Parsec, intitolata «Minori erranti», evidenzia come, proprio in seguito all’introduzione di una disciplina specifica per il minore straniero non accompagnato, si siano originate interpretazioni fuorvianti e contrastanti, che hanno minato l’efficacia del sistema, rendendo incerta la protezione del minore.
È dunque questa la materia politica che nasconde il dibattito sul Garante per i diritti dell’infanzia, che la maggioranza vorrebbe svuotato di ogni possibilità reale di sanzionare queste deviazioni dalla Convenzione dei Diritti del minore ed invece le organizzazioni di difesa dei diritti umani vorrebbero invece realmente indipendente e dotata di capacità operativa. Anche da questa battaglia si misurerà il grado di civiltà del nostro paese.

Fonte: Carta, 12 ottobre 2009

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