GLI INTOLLERABILI COSTI SOCIALI DELLA DEREGULATION NEL COMMERCIO

03 Feb 2012

Modena, 3 febbraio 2012

 

 

La deregulation degli orari commerciali non può essere derubricata come un “naturale” approdo di una società che si evolve. Né si tratta di un obbligo derivante da normative europee, come a volte si sente dire.

L’Italia è diventata l’unico paese in Europa dove non esistono regole rispetto agli orari del commercio e dei pubblici esercizi, e ciò è dovuto essenzialmente alle pressioni della potentissima lobby della Grande Distribuzione, privata e cooperativa.

La gran parte degli addetti del commercio sono donne, che si arrabattano nella difficile arte di conciliare famiglia e lavoro, in un settore dove gli orari individuali già oggi cambiano continuamente per adattarsi alle esigenze del lavoro.

Dove spesso vigono ricatti di ogni tipo, quello occupazionale per primo.

In un settore dove trionfa la precarietà e dove, nel piccolo commercio, cresce il lavoro nero ed irregolare, arriva una estensione di orari che sulle lavoratrici  potrebbe essere un’autentica mazzata.

I segnali ci sono tutti. Si annunciano dimissioni di lavoratrici con figli che non hanno una rete familiare che consenta di conciliare vita e lavoro.

Una persona che non lavora, che a trent’anni si ritira dal lavoro, o che precipita nel vortice del lavoro nero è un enorme costo per la collettività.

Nessuna impresa che ha iniziato o inizierà ad aprire tutte le domeniche ha in programma l’assunzione di lavoratori. La risposta verrà data con la “flessibilità” interna. E chi non potrà essere “flessibile”? La domenica sono forse aperti gli asili? Funzionano a pieno regime i trasporti pubblici? No, ma così dovrà accadere. E chi sosterrà quei costi? Certamente non la Grande Distribuzione.

In una società che decide di non avere più l’interruzione settimanale, la giornata di riposo comincia a diventare un lusso intollerabile destinato a pochi privilegiati.

Il giorno del riposo, della famiglia, dei culti, del volontariato, della cultura, del rallentamento, della riflessione diventerà un residuo del passato, sommerso dalle musiche di sottofondo di un centro commerciale.

E’ un modello di società povero e frantumato, dove l’identità collettiva è sostituita dal consumo di merci; una società sazia ma disperata, dove sull’altare dell’economia può essere sacrificata ogni cosa. Dove il Natale è un giorno come un altro, dove la Storia di una comunità e di un Paese soccombe a fronte di un buon incasso.

E’ una società dove molte donne saranno costrette ad abbandonare il lavoro ed a tornarsene a casa, od a convivere con una eterna precarietà esistenziale.

Il silenzio assordante della politica modenese su di una vicenda che solo nella nostra provincia cambia la vita di migliaia di persone è il segnale di una preoccupante distanza dalla realtà del ceto politico nostrano. Oppure no, è semplicemente una scelta di campo.

Un campo sbagliato, s’intende.

 

 

Marzio Govoni  –  Filcams Cgil  Modena

Liliana Castiglioni – Fisascat Cisl Modena

Lorenzo Tollari  –  Uiltucs Uil  Modena

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