NEL CONTRATTO DEL COMMERCIO ANCHE LA VERGOGNA DI UNA NORMA DISCRIMINATORIA

15 Apr 2011 contratto,

 

NEL CONTRATTO DEL COMMERCIO

ANCHE LA VERGOGNA DI UNA NORMA DISCRIMINATORIA

di Marzio Govoni

Sembrava impossibile ma ci sono riusciti. La redazione definitiva del contratto del commercio, sottoscritta tra Confcommercio, Confesercenti e le categorie di settore di Cisl e Uil, è se possibile peggiore del testo sottoscritto lo scorso mese di febbraio, senza la firma della Filcams CGIL.

Non era sufficiente avere ridotto la copertura per malattia ed aver previsto la possibilità di non versare all’INPS il contributo di malattia.

Non era sufficiente aver incrementato di 216 ore in un quadriennio l’orario di lavoro per tutti i neo assunti, a parità di salario.

Non era sufficiente aver messo in carico al lavoratore per la prima volta parte dell’assistenza sanitaria integrativa.

Non era sufficiente aver reso obbligatorio il lavoro domenicale, aver previsto che i contratti aziendali si occupino per lo più di restituire i diritti residui, come gli scatti d’anzianità.

Non era sufficiente aver previsto gli incrementi salariali più bassi di tutto il mondo del lavoro, con la prima rata di “aumento” di ben 10 euro lordi. Un incremento salariale di appena 86 euro a regime nel triennio, che peserà nelle buste paga meno della metà del rinnovo precedente (dati Cisl e UIL).

Dopo aver rifiutato la richiesta di referendum e dichiarato una “consultazione” dei lavoratori di cui nessuno si è accorto (soprattutto i lavoratori) Cisl e Uil di categoria hanno firmato un testo definitivo che prevede, in aggiunta alle altre nefandezze, l’incremento di un anno della durata dell’apprendistato per i lavoratori non comunitari.

Cinque anni di apprendistato (quindi fino a 34 anni) a fronte del solo requisito di essere cittadini non comunitari, grazie alla semplice aggiunta nel modulo formativo di un corso di perfezionamento nella lingua italiana.

Forse non si tratta del peggior contenuto di questo vergognoso accordo, ma questa aggiunta fuori tempo massimo ben chiarisce la deriva inarrestabile di organizzazioni sindacali che non si preoccupano di sottoscrivere norme palesemente discriminatorie e dal profumo razzista.

Essere statunitensi, russi, svizzeri, tunisini od albanesi diventa una condizione penalizzante in un rapporto di lavoro.

Nessuno verificherà se Jack, Olga o Mohammed già conoscono l’italiano. Sono extracomunitari, e quindi debbono penare per un anno in più di Antonio, Maria o Tommaso.

Ma adesso, certamente, qualcuno vorrà spiegarci che il problema è la CGIL, ottusamente incapace di innovare.

Quale sarà ora la prossima innovazione di CISL e UIL?

Il terrore serpeggia trai lavoratori del commercio.

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