NO AL DECRETO FLUSSI? REGOLARIZZARE IL LAVORO NERO

15 Dic 2011

CGIL. NO AL DECRETO FLUSSI? REGOLARIZZARE IL LAVORO NERO

Nei giorni scorsi è arrivato da Natale Forlani, Direttore immigrazione del ministero del Lavoro, un no a un nuovo decreto flussi, giustificandolo con la presenza di troppo stranieri disoccupati già presenti sul territorio nazionale. Una brutta notizia per chi spera in questo strumento per regolarizzare la propria posizione. Si tratta di un parere tecnico che il Ministero potrebbe smentire, ma al momento non sembrano esserci molti spazi. In alternativa sono in molti a chiedere un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero. Tra gli altri la Cgil, che infatti della manovra varata dal governo critica che non vi siano, tra l’altro, “provvedimenti rivolti all’emersione del lavoro nero e sommerso” e ritiene che “tra le proposte che possono rendere le misure più efficaci per far uscire il Paese dalla crisi, potrebbe inserirsi un provvedimento di regolarizzazione dei lavoratori e lavoratrici migranti e italiani in balia del lavoro nero”.

“Le stime più accreditate – si legge in una nota dell’ufficio immigrazione della CGIL nazionale del 6 dicembre – ci dicono che si tratta di oltre 500mila persone, che oggi lavorano in Italia nell’economia sommersa. Questo provvedimento – spiega la CGIL – avrebbe un impatto virtuoso sia in termini di legalizzazione del lavoro, di superamento del dumping nel mercato del lavoro e fra le imprese, di giustizia contro il fenomeno del super sfruttamento dei lavoratori immigrati, sia in termini di entrate fiscali e contributive”. Per la Confederazione “a regime, prendendo a base il salario medio degli immigrati calcolato dall’ISTAT, si tratterebbe di un intervento di dimensioni significative per la nostra economia (circa 5,6 miliardi annui, fra tasse e contributi previdenziali, ovvero 1 punto PIL nel triennio) quindi avrà effetti diretti ed indiretti sulla crescita”.

“Si tratterebbe sul piano tecnico – sottolinea la CGIL – di un provvedimento di regolarizzazione del lavoro simile a quello prospettato nel 2002 con l’entrata in vigore della Bossi-Fini, che assegnava al datore di lavoro l’onere della denuncia e nel caso di rifiuto consentiva al lavoratore di attivare una vertenza per il riconoscimento del rapporto di lavoro e quindi rendeva in questo modo obbligatoria e non facoltativa la regolarizzazione”. Un provvedimento quindi, spiega la CGIL “contro il lavoro nero e l’economia sommersa, per la legalità, la giustizia sociale e la crescita, cogliendo appieno il monito del Presidente Napolitano, di uscire dalla logica speculativa, dalla strumentalizzazione dell’immigrazione in chiave xenofoba e considerare l’immigrazione una risorsa del Paese per uscire dalla crisi” conclude la nota.


http://www.cgil.it/tematiche/Documento.aspx?ARG=IMMIGRAZIONE&TAB=0&ID=17888

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