UCOII. NELLE MOSCHEE PREDICARE IN ITALIANO

28 Gen 2015

 

L’Unione delle Comunità Islamiche Italiane invita a predicare in italiano nelle moschee, in modo che tutti possano capire cosa dicono gli imam ed allontanare pregiudizi e sospetti, soprattutto dopo i tragici fatti di Parigi. In una circolare, l’UCOII scrive “Allah altissimo dice nel Suo Libro generoso vi abbiamo inviato un Messaggero della vostra gente…‘: queste parole ci fanno capire quanto sia importante che la Parola di Allah e l’insegnamento dei profeti (pace su tutti loro) sia compreso dalle genti e in particolare da tutti i credenti. Tuttavia, i sapienti hanno autorizzato, da molti secoli, la traduzione dei significati del Libro di Allah, in maniera che anche le persone non arabe ne potessero comprenderne il senso e ricavarne monito e guida in questa vita, seguire i suoi insegnamenti e sperare nel compenso senza fine, nel Jennah. Oggi la nostra comunità in Italia è sempre più variegata, oltre ai fratelli e le sorelle arabofoni, molti altri credenti musulmani vivono nel nostro Paese e frequentano le moschee. Questi musulmani, italiani, bangladeshi, pakistani, albanesi, macedoni, turchi e molti africani, nella loro grande maggioranza non comprendono l’arabo e presenziano alla preghiera del venerdì per pura obbedienza ma senza trarre dal sermone gli insegnamenti necessari al rafforzamento della conoscenza in merito alla loro, nostra, religione. Per questa ragione v’invitiamo tutti, anche se molte associazioni già lo fanno da anni, a tradurre la khutba in italiano e pronunciarla anche in questa lingua comune a tutti. Inoltre questa pratica, lecita, necessaria e virtuosa, avrà anche l’indubbio vantaggio di eliminare ingiusti sospetti in merito al contenuto del sermone che noi ben sappiamo essere sempre rivolto all’insegnamento del bene e della giustizia”.

Che pregiudizi, sospetti, atti discriminatori e sentimenti islamofobi siano in aumento dopo i fatti di Parigi lo conferma Foad Aodi, presidente nazionale della Co-mai (Comunità del mondo arabo in Italia).

In questo clima, anche l’uso delle parole diventa improprio e genera confusione. Con l’obiettivo di fare chiarezza l’Associazione Carta di Roma ha affidato a Francesca Paci, giornalista de La Stampa esperta di Islam, a fare chiarezza con un un breve glossario reperibile qui.

L’Unione delle Comunità Islamiche Italiane invita a predicare in italiano nelle moschee, in modo che tutti possano capire cosa dicono gli imam ed allontanare pregiudizi e sospetti, soprattutto dopo i tragici fatti di Parigi. In una circolare, l’UCOII scrive “Allah altissimo dice nel Suo Libro generoso vi abbiamo inviato un Messaggero della vostra gente…‘: queste parole ci fanno capire quanto sia importante che la Parola di Allah e l’insegnamento dei profeti (pace su tutti loro) sia compreso dalle genti e in particolare da tutti i credenti. Tuttavia, i sapienti hanno autorizzato, da molti secoli, la traduzione dei significati del Libro di Allah, in maniera che anche le persone non arabe ne potessero comprenderne il senso e ricavarne monito e guida in questa vita, seguire i suoi insegnamenti e sperare nel compenso senza fine, nel Jennah. Oggi la nostra comunità in Italia è sempre più variegata, oltre ai fratelli e le sorelle arabofoni, molti altri credenti musulmani vivono nel nostro Paese e frequentano le moschee. Questi musulmani, italiani, bangladeshi, pakistani, albanesi, macedoni, turchi e molti africani, nella loro grande maggioranza non comprendono l’arabo e presenziano alla preghiera del venerdì per pura obbedienza ma senza trarre dal sermone gli insegnamenti necessari al rafforzamento della conoscenza in merito alla loro, nostra, religione. Per questa ragione v’invitiamo tutti, anche se molte associazioni già lo fanno da anni, a tradurre la khutba in italiano e pronunciarla anche in questa lingua comune a tutti. Inoltre questa pratica, lecita, necessaria e virtuosa, avrà anche l’indubbio vantaggio di eliminare ingiusti sospetti in merito al contenuto del sermone che noi ben sappiamo essere sempre rivolto all’insegnamento del bene e della giustizia”.

Che pregiudizi, sospetti, atti discriminatori e sentimenti islamofobi siano in aumento dopo i fatti di Parigi lo conferma Foad Aodi, presidente nazionale della Co-mai (Comunità del mondo arabo in Italia).

In questo clima, anche l’uso delle parole diventa improprio e genera confusione. Con l’obiettivo di fare chiarezza l’Associazione Carta di Roma ha affidato a Francesca Paci, giornalista de La Stampa esperta di Islam, a fare chiarezza con un un breve glossario reperibile qui.

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