LAVORO NERO O ILLEGALE E RICATTI AI LAVORATORI. C’È UNA BUONA SENTENZA DELLA CASSAZIONE

18 Set 2012

Modena, 18 settembre 2012

Le buone norme ci sarebbero. Occorre farle rispettare con rigore, creando le premesse reali e non fittizie per sostenere la parte più debole che è quella di chi è costretto a lavorare in condizioni di sfruttamento ed illegalità.

Una recente norma concede, ad esempio, il permesso di soggiorno a titolo di “riconoscimento” per gli immigrati clandestini che denunciano gli intermediari/caporali che procacciano lavoro nero .

Ma nella realtà, la norma  in sé non basta per sfondare paure e ricatti.

L’Unione Europea, ancora a giugno di quest’anno, avanza un duplice e fermo richiamo al nostro Paese per “… continuare la lotta contro l’evasione e rinforzare il contrasto al lavoro non dichiarato e in nero, attraverso controlli rafforzati…” .

Nell’ultimo anno, in provincia di Modena, grazie ai controlli effettuati dagli Enti preposti – che vanno rinforzati e non tagliati – sono state riscontrate irregolarità per circa 2.700 lavoratrici e lavoratori, italiani e stranieri.

Dai dati del Ministero del Lavoro relativi al primo trimestre 2012 le aziende ispezionate che presentano irregolarità, purtroppo ancora non scendono sotto il 50%.

Le principali violazioni riscontrate riguardano ancora e con sorprendente continuità: l’illecita intermediazione di mano d’opera , rapporti fittizi, false partite Iva e tanti altri modi per simulare il lavoro dipendente o nascondere il lavoro nero ed irregolare per i clandestini.

Fra gli innumerevoli trucchi che il sindacato incontra e denuncia, ne va ora di moda uno che all’apparenza è capace di simulare meglio la truffa : la manipolazione degli orari effettivi di lavoro per chi, all’apparenza, è assunto e pagato regolarmente ma facilmente ricattabile, specie se straniero.

Ne proponiamo un caso emblematico, fra i tanti praticati nel modenese, senza citare nomi perchè recentemente segnalato e documentato agli Organi competenti.

Una grande fabbrica “storica” e leader del nostro distretto ceramico, esternalizza un pezzo di produzione ad una media impresa anch’essa locale, talmente strutturata che i suoi dipendenti sono regolarmente muniti del badge di ingresso nell’impresa madre.

Una ventina circa di lavoratrici e lavoratori prevalentemente stranieri, sono assunti regolarmente, di norma a tempo parziale, anche se in realtà il lavoro si svolge ben oltre il tempo pieno.

I cartellini marcatempo ne danno conto; ma non è questo il punto e la novità più originale.

Ognuna di quelle lavoratrici e lavoratori, dopo la regolare assunzione e le primissime regolari retribuzioni, vedranno le loro buste paga formalmente emesse,  ma con un “netto da pagare” di pochi o zero euro a credito.

Arrivando al paradosso di certificare al dipendente, in alcuni casi, addirittura l’addebito di pochi euro.

Motivazione? Quelle lavoratrici e lavoratori nelle mensilità di volta in volta considerate, sarebbero stati totalmente assenti dal lavoro per “aspettativa non retribuita” : codice n° 7510 delle buste paga !

La retribuzione dovuta veniva poi, debitamente forfetizzata, normalmente consegnata con contante in nero, salvo qualche incauto assegno !

La procedura, originale e formalmente impeccabile, motivata dal ricatto palese: la busta paga ti serve per il permesso di soggiorno.

Una prassi illegale, avallata senza batter ciglio dagli studi professionali e di consulenza che, di volta in volta, compilavano quelle buste paga.

Per non dire della grande impresa “madre” che ben sapeva, pur sostenendo il contrario a fronte dei chiarimenti richiesti dal Sindacato.

Esattamente lo scorso mese, un’importante sentenza della Cassazione,  n° 31535 (vedi sito Ficiesse/associazione finanzieri e cittadini) definisce ancor meglio ed aggrava il reato che abbiamo descritto: “è estorsione a carico dell’impresa che impone stipendi inferiori a quelli dovuti, costringendo il lavoratore ad accettare condizioni contrarie alla legge ed ai contratti” .

Una sentenza molto chiara e positiva che inquadra un fenomeno in espansione anche nella realtà modenese e che, nel caso citato, abbiamo potuto documentare.

Franco Zavatti, Cgil Modena-coordinatore legalità e sicurezza Cgil regionale

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