09 Giu 2026 am, amendolara, braccianti uccisi, caporalato, cgil, claudio riso, flai, manifestazione,
Amin, Ullah, Safi e Waseem sono i nomi dei quattro lavoratori uccisi ad Amendolara (provincia di Cosenza), arsi vivi per aver chiesto ai caporali di essere pagati per il lavoro che svolgevano nelle campagne.
Alla manifestazione nazionale di sabato 6 giugno promossa dalla Cgil e dalla Flai Cgil ha partecipato anche una delegazione modenese, tra cui Claudio Riso segretario della Flai Cgil di Modena e altri compagni della Cgil di Modena.
Claudio ci ha riportato i sentimenti e le emozioni vissute nella partecipazione a quella manifestazione. Ne è venuta fuori una sua riflessione che colpisce e che può essere utile condividere con tutti.
(Amendolara-Cosenza, 6 giugno 2026). Si vede il mare da Amendolara.
Costeggia la 106 Jonica e sta proprio alle spalle del distributore blu e arancio della IP.
Quando ci arrivi di fronte però, il mare scompare davanti ai segni di bruciato, alla tettoia sconquassata, allo scheletro carbonizzato della colonnina di pagamento.
Scompare davanti a quelle quattro paia di scarpe che qualcuno ha posato sull’asfalto sotto alla scritta “Mai più schiavi”.
Ci passiamo davanti in silenzio: le immagini in bianco e nero riprese dalle videocamere di sorveglianza e rilanciate dai social e dalle TV ce le abbiamo tutti davanti agli occhi.
E’ un silenzio di rispetto, di commozione, ma anche di incredulità e di rabbia.
Quella stessa rabbia che poi smette di essere silenziosa nel breve corteo, nella piazza: la si legge sui volti della gente, si sente negli slogan urlati a gran voce, nelle parole e nella determinazione dei tanti lavoratori migranti venuti soprattutto dalle regioni del Sud Italia.
Sono soprattutto loro che animano la piazza: improvvisano brevi comizi al megafono, prima degli interventi dal palco, e chiedono tempi certi per i permessi di soggiorno, per non rischiare di ritrovarsi clandestini, chiedono visite mediche, alloggi dignitosi, orari di lavoro regolari, paghe dignitose e rispetto dei contratti nazionali.
Lo chiedono ad una politica sorda, che li ignora e li rimuove, sperando che non succeda nulla per cui debba tornare a occuparsene.
E poi sanno, quei lavoratori, che ognuno di loro avrebbe potuto trovarsi al posto di Amin, di Ullah, di Safi o di Waseem nel rogo di quel mini van.
E ognuno di loro, oggi, è Amin, è Ullah, è Safi, è Waseem: i loro volti e i loro nomi, li portano appesi al collo, stampati a colori su un cartonato.
Quello che non sappiamo noi invece, quello che non ha ancora capito questo Paese, è quanto queste persone, questi lavoratori, siano determinanti, per il lavoro, per l’economia, per la stessa tenuta sociale.
E’ anche per questo motivo che non è solo una battaglia per la dignità del lavoro, quella contro il caporalato.
E’ una battaglia per la dignità della vita e delle persone: sta in questo il senso di quella scritta sull’asfalto: “mai più schiavi”. Una scritta simile a quella che campeggiava qualche anno fa sulle magliette e sugli striscioni dei lavoratori della Castelfrigo di Castelnuovo Rangone: “Basta schiavi”.
Perché poi, quello che è successo in Calabria ad Amendolara, non è un fenomeno di nicchia, e non è neppure qualcosa che “tanto qui non c’è”.
Probabilmente non c’è regione italiana che ne sia immune: lo scorso febbraio, a Modena, un’operazione congiunta di Guardia di Finanza e Ispettorato del lavoro, ha portato alla scoperta di un sistema di sfruttamento del lavoro agricolo nelle campagne della bassa modenese.
Il caporalato, con forme e sistemi diversi, continua ad essere un sistema che trova terreno fertile in tutto il Paese, da nord a sud.
In agricoltura, ma anche nella filiera delle carni, in edilizia, nel tessile abbigliamento. E in chissà quanti altri comparti.
E allora, finiti gli interventi dal palco, spenti i megafoni e arrotolate le bandiere, quella contro il caporalato, contro lo sfruttamento, deve essere anche una battaglia che continua, una sorta di mobilitazione sociale permanente.
Che non deve e non può essere soltanto politica e sindacale.
Deve essere, prima di tutto, una battaglia culturale.
Lo realizzo, ancora una volta, mentre scrollo il cellulare in macchina durante il ritorno.
Le notizie, le agenzie di stampa, i commenti sotto ai post, le faccine che ridono e poi quel sostantivo, quel neologismo che non si trova su nessun vocabolario, ma che va drammaticamente di moda: “Remigrazione”.
Forse è proprio da lì che bisogna ripartire: dalle parole che scegliamo e da quelle che accettiamo senza reagire. Perché sì: le parole sono importanti.
E se sono parole che alimentano violenza, sono anche pericolose.
Perché lo sfruttamento, la violenza, non nascono solo nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche o nei laboratori: crescono e si alimentano nell’indifferenza, nella disumanizzazione e negli slogan facili, quelli che parlano alla pancia e che sottendono all’idea che esistano vite che valgono meno di altre.
E allora quel “Mai più schiavi” scritto sull’asfalto di Amendolara non riguarda soltanto quattro lavoratori morti, ma chiama tutte e tutti noi ad una assunzione collettiva di responsabilità per non essere complici di quello che è accaduto e di quello che potrebbe accadere ancora una volta.
Claudio Riso, segretario Flai Cgil Modena














